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Da Doha a Haifa, la rotta dei fondi qatarioti in Israele

Un’inchiesta ricostruisce il passaggio di milioni di shekel attraverso una fondazione britannica legata ai fratelli Bishara e riapre il problema della trasparenza sui finanziamenti esteri

Shira Navon

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Da Doha a Haifa, la rotta dei fondi qatarioti in Israele

Per capire la vicenda bisogna partire da Haifa, da un’associazione israeliana regolarmente registrata che si occupa di cultura araba, borse di studio, iniziative educative e identità palestinese. Si chiama Arab Culture Association ed è attiva dal 1998. Nei suoi documenti ufficiali i finanziamenti ricevuti dall’estero risultano provenire in larga parte dalla Gran Bretagna. Seguendo il denaro un passo più indietro, però, si arriva a Londra e poi a Doha.

È questo il percorso ricostruito da un’inchiesta di Shomrim, ripresa da Ynet, attraverso i bilanci dell’associazione israeliana, quelli della britannica Galilee Foundation e i documenti di istituzioni con sede in Qatar. Il dato più rilevante riguarda l’entità dei trasferimenti. Tra il 2020 e il 2025 l’Arab Culture Association avrebbe ricevuto dall’estero circa 17,8 milioni di shekel, oltre il 95 per cento delle sue entrate complessive. Gran parte del denaro risulta versato dalla Galilee Foundation, ente di beneficenza registrato nel Regno Unito.

Il problema nasce osservando da dove arrivi una parte importante delle risorse della fondazione londinese. Tra i suoi finanziatori figura l’Arab Center for Research and Policy Studies, istituto con sede a Doha diretto da Azmi Bishara. Nel 2022 il centro qatariota avrebbe trasferito alla fondazione circa 181 mila dollari. Nel 2023 la cifra è salita a 1,8 milioni, nel 2024 a 2,1 milioni e nel 2025 si è attestata intorno a 1,6 milioni. L’aumento successivo al 7 ottobre è quindi molto consistente.

Il nome di Bishara rende la vicenda particolarmente sensibile in Israele. Ex deputato arabo della Knesset e fondatore del partito Balad, Azmi Bishara lasciò il Paese nel 2007 mentre era in corso un’indagine nei suoi confronti per il sospetto di avere fornito informazioni a Hezbollah durante la seconda guerra del Libano. Bishara ha sempre respinto le accuse e da allora vive in Qatar, dove è diventato una figura influente del mondo intellettuale e politico legato a Doha.

Il collegamento con Londra passa anche attraverso suo fratello Marwan Bishara, analista politico di Al Jazeera, che è cofondatore e presidente della Galilee Foundation. La fondazione dichiara apertamente di sostenere l’istruzione e le attività culturali dei palestinesi che vivono in Israele e nei territori palestinesi. Tra i beneficiari compaiono, oltre all’Arab Culture Association, istituzioni accademiche e organizzazioni della società civile araba.

A Haifa il denaro finanzia tra l’altro borse di studio destinate a studenti arabi israeliani, attività culturali, fiere del libro e programmi dedicati alla storia e all’identità palestinese. Gli studenti che ricevono alcune delle borse partecipano anche a seminari e attività formative. La stessa associazione descrive la propria missione come un lavoro per rafforzare lingua, cultura e identità della società araba palestinese in Israele.

Fin qui, secondo la documentazione disponibile, manca la prova di una violazione della legge. L’Arab Culture Association presenta i propri bilanci al registro israeliano delle associazioni e dispone dell’attestazione di corretta gestione prevista dalla normativa. Il punto controverso sta altrove. Nei documenti israeliani il finanziatore immediato è la fondazione britannica, mentre l’origine qatariota di una parte consistente del denaro emerge soltanto ricostruendo la catena dei trasferimenti.

La legislazione israeliana impone infatti alle associazioni di indicare chi effettua la donazione, senza obbligarle a ricostruire tutte le fonti da cui il donatore ha ottenuto quelle somme. Di conseguenza un trasferimento proveniente formalmente da Londra può essere registrato come britannico anche quando il denaro della fondazione è alimentato in misura significativa da un’istituzione con sede a Doha.

È qui che la questione diventa politica. Il Qatar mantiene rapporti complessi con Israele, ospita da anni dirigenti di Hamas e ha esercitato un ruolo centrale nei negoziati sugli ostaggi e su Gaza. Allo stesso tempo possiede investimenti, partecipazioni e relazioni economiche in numerosi Paesi occidentali. In Israele Doha non è classificata come Stato nemico, circostanza che rende legali molti rapporti economici e finanziari che sarebbero vietati con altri Paesi della regione.

L’inchiesta arriva inoltre mentre resta aperta la ferita del cosiddetto Qatargate, l’indagine sui presunti rapporti tra persone vicine all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu e soggetti collegati al Qatar. Le due vicende sono distinte e non risultano elementi che le colleghino direttamente. Il clima politico che le circonda, però, rende inevitabile una domanda più ampia sulla capacità di Doha di esercitare influenza all’interno della società israeliana.

Sima Vaknin-Gil, generale di brigata della riserva ed ex direttrice generale del ministero degli Affari strategici, interpreta questi finanziamenti come uno strumento di soft power. La questione, secondo lei, riguarda soprattutto l’uso di intermediari che rendono più difficile riconoscere l’origine del denaro e comprenderne le finalità.

Il caso di Haifa pone quindi un problema che va oltre una singola associazione. Una democrazia può consentire finanziamenti stranieri alle organizzazioni della società civile e nello stesso tempo pretendere di sapere con precisione chi si trova all’inizio della catena. Oggi quella catena, nel caso ricostruito da Shomrim, parte da Doha, passa attraverso una fondazione londinese e termina in Israele. È perfettamente visibile quando qualcuno decide di seguirla fino in fondo. Nei documenti che il cittadino israeliano consulta normalmente, invece, il Qatar scompare lungo il tragitto.