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Israele, l’industria rischia il grande vuoto

Migliaia di tecnici arrivati dall’ex Urss negli anni Novanta stanno andando in pensione e il ricambio generazionale non basta a sostituirli

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Israele, l’industria rischia il grande vuoto

L’industria israeliana si prepara a perdere in pochi anni una parte consistente della generazione di tecnici e operai specializzati che, arrivata dall’ex Unione Sovietica con la grande aliyah degli anni Novanta, ha contribuito per oltre tre decenni allo sviluppo del Paese. Il problema ormai è diventato urgente. Circa 41.600 immigrati dall’ex Urss con più di 55 anni lavorano ancora nel settore industriale e 24.700 hanno già superato i sessanta. Il loro progressivo pensionamento rischia di aprire un vuoto difficile da colmare.

L’allarme arriva dall’Associazione degli industriali israeliani, che chiede al prossimo governo un intervento rapido sulla formazione professionale e sull’offerta di manodopera. A preoccupare, infatti, è soprattutto la concentrazione di questi lavoratori nelle fasce di età più elevate. Gli immigrati dall’ex Urss sopra i 55 anni rappresentano il 9,8 per cento degli occupati nell’industria, mentre nell’intera economia israeliana la loro quota è del 3,9 per cento. Tra gli ultrasessantenni il divario rimane molto forte, con il 5,8 per cento nell’industria contro il 2,5 per cento nel complesso dell’economia.

Dietro queste percentuali riaffiora uno dei grandi passaggi della storia economica e demografica di Israele. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del nuovo secolo più di un milione di persone lasciò l’Unione Sovietica e gli Stati nati dalla sua dissoluzione per trasferirsi in Israele. Per un Paese che all’inizio degli anni Novanta contava meno di cinque milioni di abitanti fu una trasformazione gigantesca. L’immigrazione portò inoltre una quantità eccezionale di capitale umano. Molti nuovi arrivati erano ingegneri, scienziati, medici, tecnici e lavoratori con una formazione professionale avanzata.

L’inserimento fu tutt’altro che semplice. Titoli di studio e qualifiche spesso non vennero riconosciuti immediatamente e migliaia di persone accettarono occupazioni inferiori alla propria preparazione. Con il passare degli anni, però, quella generazione trovò spazio nell’industria, nella ricerca, nella medicina e nel settore tecnologico, diventando una componente importante della crescita israeliana. Studi sull’immigrazione post-sovietica hanno documentato quanto fosse eccezionale il livello d’istruzione dei nuovi arrivati e quale effetto abbia avuto quell’enorme afflusso di competenze sul mercato del lavoro.

Oggi Israele si trova davanti al problema opposto. Una riserva di professionalità accumulata in trent’anni sta invecchiando e il sistema non ha preparato abbastanza lavoratori per sostituirla. Il presidente dell’Associazione degli industriali, Avraham “Novo” Novogrocki, attribuisce una parte della responsabilità al progressivo indebolimento dell’istruzione tecnologica e della formazione professionale. La conseguenza si avverte soprattutto nelle mansioni specializzate, dove trovare personale adeguatamente preparato richiede tempo e l’esperienza maturata all’interno di un impianto produttivo difficilmente può essere trasferita da un giorno all’altro.

La questione supera quindi il semplice conteggio dei posti che resteranno vacanti. Quando va in pensione un tecnico che ha lavorato per venti o trent’anni nello stesso settore, l’azienda perde anche conoscenze pratiche, procedure e competenze che spesso esistono soltanto nella memoria professionale di chi le ha applicate quotidianamente. Senza un passaggio organizzato alle generazioni successive, il pensionamento può tradursi direttamente in una perdita di produttività.

Gli industriali chiedono per questo una strategia che agisca subito sul mercato del lavoro, anche aumentando temporaneamente le quote di lavoratori stranieri, e contemporaneamente ricostruisca una filiera israeliana della formazione tecnica. Tra le ipotesi figurano incentivi fiscali per mantenere più a lungo al lavoro i dipendenti anziani e un maggiore coinvolgimento di gruppi oggi poco rappresentati nell’industria.

Sul lungo periodo la partita decisiva sarà però quella dei giovani. Novogrocki sollecita investimenti massicci nell’istruzione, nell’intelligenza artificiale e nella preparazione professionale. Trent’anni fa Israele ricevette dall’esterno, quasi improvvisamente, una straordinaria concentrazione di competenze. Quella generazione sta uscendo dal mercato del lavoro. Stavolta il Paese dovrà riuscire a costruire in casa il capitale umano necessario a sostituirla.