Comprendo bene chi, scorrendo le notizie di questi giorni – dagli egiziani impegnati in esercitazioni militari con i cinesi agli indiani che, in funzione anti-pakistana, cercano una sponda nell’Iran – ha una reazione di sconforto e tende a considerare come l’Occidente non solo non riesca a costruire seriamente un nuovo ordine mondiale equilibrato ma sembri anche non impegnarsi più per questo obiettivo.
Preoccupa poi, naturalmente, il fatto che vivremo i prossimi due mesi dentro due difficili campagne elettorali – in Israele (si vota il 27 ottobre) e negli Stati Uniti (il 4 novembre elezioni di midterm) – che aumenteranno le occasioni per strappi e provocazioni.
Però l’unica reazione responsabile a una situazione come questa è quella di concentrarsi sugli elementi positivi ancora presenti per consolidarli e allargarne gli effetti che possono produrre: proprio perché oggi, in ogni momento, una rottura in un ordine globale così logorato potrebbe avere conseguenze devastanti, bisogna sforzarsi di non chiudersi in una posizione di testimonianza e concentrarsi su quel che positivamente si può fare.
In questo senso qualche buona novella viene dal Libano, dove gli incontri a Roma tra il governo di Beirut e quello di Gerusalemme hanno definito una prospettiva di disarmo di Hezbollah (ora abbandonato anche da una parte della comunità sciita libanese), che dovrebbe essere gestito con il contributo di Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Indonesia: ecco uno schema che dovrebbe essere ripreso anche per Gaza individuando le nazioni europee e musulmane che potrebbero controllare il disarmo di Hamas. E credo che un approccio simile dovrebbe essere assunto anche per gestire la ricostruzione di un’adeguata autonomia statuale della Cisgiordania.
Gli Stati europei spesso tendono a salvarsi l’anima chiedendo la nascita di uno Stato palestinese: in sé questa “nascita” non sarebbe inopportuna anche perché – come ha spiegato l’Arabia Saudita – sarebbe la condizione necessaria per rilanciare quegli Accordi di Abramo che darebbero alla Penisola arabica le basi per una vera convivenza pacifica.
Ma negli appelli europei, e di altri, manca qualsiasi analisi delle aggressioni e degli atti di terrorismo contro lo Stato ebraico che sono seguiti a ogni tentativo di dare vita a un’autonomia statuale palestinese: il che finisce per trasformare richieste in sé non prive di argomenti in esercizi retorici.
Ecco perché una scelta alla “libanese” anche per la Cisgiordania potrebbe essere particolarmente opportuna. Si tratterebbe cioè di predisporre il dispiegamento di forze militari euro-musulmane che assumessero i compiti di difesa e di ordine pubblico di un’entità statuale palestinese da consolidarsi in tutto il tempo necessario per darsi una costituzione e una concreta pratica politica fondate sul divieto della predicazione dell’odio anti-israeliano.
Sempre in questa logica sarebbe opportuno che gli Stati dell’Unione europea insieme alla Gran Bretagna si collegassero alla lega di dieci Stati islamici (guidata da sauditi, turchi e pakistani) formatasi per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso. Si potrebbe così assumere anche l’obiettivo di rilanciare il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa previsto nel 2023 e sabotato innanzitutto dagli attentati di Hamas del 7 ottobre di quell’anno.
Insomma, uno spazio per ridare speranza a un progetto di equilibri globali civili esiste ancora, ma può essere utilizzato solo se dalla retorica si passa all’iniziativa politica concreta.