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Monaco, dopo 56 anni un nome per la strage nel centro ebraico

Nel 1970 sette ebrei morirono nell’incendio doloso della Reichenbachstraße. La procura indica ora come autore un estremista di destra ossessionato da Hitler

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Monaco, dopo 56 anni un nome per la strage nel centro ebraico

Per cinquantasei anni è rimasto uno dei più inquietanti delitti antisemiti irrisolti della Germania del dopoguerra. Ora la procura generale di Monaco ritiene di avere identificato l’uomo che il 13 febbraio 1970 incendiò il centro della Comunità ebraica nella Reichenbachstraße, provocando la morte di sette persone. Il sospettato era un tedesco di 25 anni, appartenente all’ambiente dell’estrema destra, descritto come un antisemita con una vera ossessione per Hitler. È morto nel 2020 e quindi non potrà mai essere processato.

Il suo nome completo non è stato reso pubblico dalle autorità, che lo indicano come Bernd V. La svolta arriva al termine della nuova indagine avviata nell’aprile 2025 sulla base della testimonianza di una persona legata alla cerchia dell’uomo. Gli accertamenti successivi hanno convinto gli inquirenti che gli indizi convergano ormai chiaramente su di lui.

La sera del 13 febbraio 1970 qualcuno entrò nell’edificio della Israelitische Kultusgemeinde München und Oberbayern al numero 27 della Reichenbachstraße, dove si trovavano anche una casa di riposo e alloggi per studenti, cosparse il vano delle scale con una miscela di olio e benzina e appiccò il fuoco vicino all’uscita. Le fiamme si propagarono rapidamente attraverso la struttura in legno, trasformando le scale in una trappola.

Nell’edificio si trovavano una cinquantina di persone. Cinque uomini e due donne morirono. Sei furono uccisi dal fuoco e dal fumo, mentre la settima vittima perse la vita dopo essersi lanciata da una finestra. Alcuni degli anziani avevano conosciuto le persecuzioni naziste e almeno due erano sopravvissuti ai campi di sterminio. Una delle testimonianze rimaste nella memoria di quella notte è quella di un sopravvissuto che aveva attraversato sette o otto campi di concentramento e vi aveva perso un occhio. Disse agli investigatori di avere creduto che in Germania avrebbe finalmente potuto invecchiare in pace.

Il contesto contribuì a rendere l’indagine particolarmente difficile. Appena tre giorni prima, il 10 febbraio, terroristi palestinesi avevano attaccato passeggeri israeliani all’aeroporto di Monaco-Riem nel tentativo di dirottare un aereo della El Al. Un uomo era stato ucciso e l’attrice israeliana Hanna Maron era rimasta gravemente ferita. Gli investigatori esaminarono quindi la pista palestinese insieme a quella dell’estrema sinistra tedesca, in anni nei quali una parte del radicalismo rivoluzionario aveva sviluppato legami con organizzazioni palestinesi.

Le nuove indagini raccontano invece una storia diversa. Secondo una testimonianza ritenuta credibile dalla procura, Bernd V. e almeno un complice avrebbero tentato, poco prima dell’incendio, di svaligiare una gioielleria nei pressi di Gärtnerplatz, poco distante dal centro ebraico. Fallito il colpo, l’uomo avrebbe cominciato a inveire contro gli ebrei e annunciato l’intenzione di incendiare l’edificio.

Altri elementi erano rimasti per decenni negli archivi. Un testimone oculare aveva descritto nei pressi del luogo dell’attentato un giovane compatibile con l’aspetto di Bernd V. Ancora più grave è ciò che accadde l’anno successivo. Nel 1971, mentre il sospettato si trovava in carcere per una rapina, un compagno di cella riferì che l’uomo gli aveva confessato di essere responsabile dell’incendio. Quella testimonianza non ebbe seguito.

Il profilo emerso successivamente rafforza il movente antisemita. Bernd V. aveva precedenti penali, possedeva armi e collezionava registrazioni dei discorsi di Hitler. Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, era affascinato dal nazionalsocialismo e profondamente antisemita. In passato era stato condannato anche per attentati esplosivi contro cabine telefoniche vuote e per altri reati.

L’incendio della Reichenbachstraße provocò allora uno choc nazionale. Il presidente federale Gustav Heinemann partecipò ai funerali delle vittime e il Bundestag dedicò una seduta al massacro. Dopo l’attentato furono rafforzate anche le misure di protezione degli edifici ebraici nella Germania occidentale.

La conclusione raggiunta oggi dagli investigatori non potrà tradursi in un processo e lascia ancora aperte domande sull’eventuale presenza di complici e sui legami del sospettato con altri ambienti dell’estrema destra. Restituisce però alla strage una matrice che per decenni era rimasta avvolta nell’incertezza. E riporta alla luce anche un fallimento investigativo difficile da ignorare: già nel 1971 qualcuno aveva indicato agli inquirenti l’uomo che oggi, cinquantacinque anni dopo quella segnalazione, la procura considera il responsabile dell’attentato.