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Afghanistan, il potere talebano contro le donne

Scuola vietata, lavoro quasi inaccessibile e libertà di movimento ridotta al minimo mentre il regime celebra il ritorno al potere

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Afghanistan, il potere talebano contro le donne

Cinque anni dopo la riconquista di Kabul, i talebani celebrano la loro vittoria mentre milioni di donne afghane vivono confinate ai margini della società. Il 15 agosto 2021 l’offensiva islamista travolse il governo sostenuto dall’Occidente e riportò al potere un movimento che prometteva allora un volto più moderato rispetto al regime degli anni Novanta. Nell’agosto 2026 il bilancio consente ormai pochi equivoci. L’Afghanistan è diventato l’unico Paese al mondo nel quale ragazze e donne sono escluse per legge dall’istruzione secondaria e universitaria e una parte crescente della popolazione femminile trascorre quasi tutta la propria esistenza dentro casa.

Gli ultimi dati di UN Women descrivono con particolare precisione la dimensione dell’isolamento. Più della metà delle donne intervistate dichiara di uscire di casa soltanto una o due volte al mese, mentre circa tre su quattro affermano di sentirsi insicure quando devono farlo senza un accompagnatore maschio. Soltanto il 7 per cento risulta occupato, contro l’84 per cento degli uomini, e sette donne su dieci definiscono la propria salute mentale cattiva o molto cattiva. I dati provengono da oltre cinquemila interviste condotte tra il 2025 e il 2026.

La trasformazione è avvenuta progressivamente attraverso più di cento decreti e disposizioni che hanno ristretto gli spazi nei quali una donna può studiare, lavorare, muoversi o semplicemente apparire in pubblico. Alle ragazze è impedito frequentare la scuola secondaria e dal dicembre 2022 anche le università sono precluse alle donne. Nel 2024 il divieto è stato esteso agli istituti di formazione sanitaria, restringendo ulteriormente le possibilità professionali e aggravando un problema destinato a ripercuotersi sull’intero sistema sanitario afghano. Secondo l’Unesco, dal ritorno dei talebani circa 2,4 milioni di ragazze sono state private dell’istruzione secondaria.

Le limitazioni riguardano anche l’accesso a numerose professioni e agli spazi pubblici, dai parchi alle palestre, e sono accompagnate dalle regole sull’abbigliamento e dalla necessità, in molte circostanze, della presenza di un mahram, un parente maschio. La legge sulla “promozione della virtù e prevenzione del vizio”, promulgata nell’agosto 2024, ha codificato molte restrizioni già applicate attraverso precedenti disposizioni, rafforzando ulteriormente il controllo sulla presenza femminile nella vita pubblica.

Il risultato supera ormai la questione dei diritti individuali e investe il futuro economico e sociale del Paese. Una generazione di adolescenti sta crescendo senza poter completare gli studi, mentre la progressiva espulsione delle donne dal lavoro riduce il numero di insegnanti, professioniste e operatrici sanitarie disponibili. L’Unesco stima che le restrizioni all’istruzione femminile potrebbero provocare perdite economiche per 9,6 miliardi di dollari nel lungo periodo e contribuire alla scomparsa di centinaia di migliaia di donne dalla forza lavoro.
Il governo talebano respinge le accuse. I suoi rappresentanti sostengono che i diritti delle donne siano rispettati secondo la loro interpretazione della legge islamica e della cultura afghana e presentano il ritorno dell’Emirato islamico come l’inizio di un periodo di sicurezza dopo decenni di guerra. Nelle celebrazioni per il quinto anniversario della conquista di Kabul, il regime ha esibito uomini armati, mezzi militari e simboli della vittoria sulle forze occidentali. La distanza fra questa immagine e quella descritta dalle organizzazioni internazionali resta enorme.

Anche l’isolamento diplomatico, tuttavia, mostra qualche crepa. La Russia rimane l’unico Paese ad avere riconosciuto formalmente il governo talebano, mentre Cina, Iran, Turchia e altri Stati mantengono rapporti con Kabul. A giugno una delegazione talebana è stata ricevuta per la prima volta a Bruxelles per colloqui tecnici con rappresentanti dell’Unione europea e di quindici Paesi, soprattutto sulla questione dei rimpatri degli afghani privi di diritto di soggiorno. L’incontro ha riaperto la discussione sul rischio che il dialogo necessario con Kabul finisca per rafforzarne la legittimazione internazionale.

È proprio su questo terreno che si giocheranno i prossimi anni. Cinquantasei Paesi hanno appena condannato con una dichiarazione congiunta le politiche talebane verso le donne, mentre le Nazioni Unite chiedono di mantenere i finanziamenti alle organizzazioni femminili afghane, molte delle quali rischiano di scomparire per mancanza di risorse. Cinque anni dopo la caduta di Kabul, il regime ha consolidato il proprio potere. Per le donne afghane, invece, il tempo sembra avere percorso la direzione opposta, riportando nella vita quotidiana divieti che una generazione aveva creduto di essersi lasciata alle spalle.