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7 ottobre. La letteratura israeliana cerca una nuova lingua

Dai grandi nomi come Grossman, Keret e Nevo alle voci emergenti del 2026, la narrativa israeliana attraversa una stagione inquieta e sorprendentemente vitale

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
7 ottobre. La letteratura israeliana cerca una nuova lingua

La letteratura israeliana ha sempre avuto una caratteristica che la distingue da molte altre tradizioni contemporanee: vive troppo vicina alla storia per potersi concedere davvero il lusso di ignorarla. Guerre, immigrazione, memoria della Shoah, conflitto arabo-israeliano, religione, famiglia, esercito, kibbutz, città, fratture sociali. Tutto entra prima o poi nei romanzi, anche quando gli scrittori provano ostinatamente a occuparsi soltanto di amore, desiderio o fallimento.

Nel 2026 questa prossimità è diventata quasi insostenibile. Il 7 ottobre e le guerre che ne sono seguite hanno modificato il Paese, e la letteratura comincia soltanto adesso a capire in quale modo raccontarlo. La prima reazione è stata soprattutto testimoniale, con diari, memorie, racconti di ostaggi, combattenti e sopravvissuti. La narrativa vera e propria arriva più lentamente, come accade sempre quando una società deve trasformare un trauma in forma letteraria.

Intanto restano sulla scena gli autori che hanno costruito negli ultimi decenni l’immagine internazionale della letteratura israeliana. David Grossman continua a essere il nome più autorevole, capace di unire romanzo, saggio e intervento civile. Etgar Keret rimane probabilmente lo scrittore israeliano contemporaneo più immediatamente riconoscibile all’estero, con quei racconti brevi, assurdi e dolorosi nei quali la realtà israeliana sembra continuamente sul punto di trasformarsi in una favola cattiva. Accanto a loro Eshkol Nevo ha conquistato un pubblico amplissimo raccontando relazioni, amicizie e famiglie con una lingua apparentemente semplice e una grande capacità di osservazione psicologica.

Dorit Rabinyan continua invece a rappresentare una voce più apertamente legata alla frattura fra israeliani e palestinesi e alle contraddizioni dell’identità israeliana. Dror Mishani ha trasformato il romanzo poliziesco in uno degli strumenti più efficaci per osservare la società contemporanea, mentre Orly Castel-Bloom resta una presenza unica, feroce e surreale, capace da decenni di cogliere le nevrosi del Paese prima ancora che diventino evidenti a tutti.

La scena, però, è molto più larga. Noa Yedlin, Yaniv Iczkovits, Yaara Shehori, Celin Assayag, Yirmi Pinkus e Adva Bolla appartengono ormai a una generazione che non può più essere considerata emergente e che sta costruendo un proprio canone. La loro Israele è spesso meno epica di quella dei predecessori. Ci sono appartamenti, matrimoni consumati, genitori stanchi, periferie, solitudini e fallimenti. Il grande conflitto nazionale rimane sullo sfondo e proprio per questo spesso si sente ancora di più.

Le uscite del 2026 mostrano anche un desiderio di allargare il campo. Yonatan de Shalit ha pubblicato Lil hatzvu’im, un romanzo storico costruito intorno alla vera nave passeggeri Shalom e al suo viaggio inaugurale del 1964. Yaara Yaakov, dopo l’ottima accoglienza del suo libro precedente, affronta in un nuovo memoir il tema della fertilità, della maternità e del corpo. L’ultimo libro della drammaturga Edna Mazya, completato dopo la sua morte, porta invece nella narrativa una coppia improbabile di investigatrici, una ex direttrice dell’istituto di medicina legale e la nipote adolescente.

Un altro segnale arriva dai luoghi nei quali la letteratura israeliana si presenta al pubblico. La centesima edizione della Settimana del libro ebraico ha riunito nel giugno scorso autori come Keret, Nevo, Rabinyan, Haim Be’er, Noa Yedlin, Yaniv Iczkovits e Castel-Bloom. Accanto ai tradizionali incontri con gli scrittori sono comparsi eventi per lettori giovani, BookTok, maratone letterarie e perfino laboratori di poesia con l’intelligenza artificiale. È un tentativo esplicito di reagire a un problema serio, la diminuzione dei lettori, che l’industria editoriale israeliana riconosce ormai apertamente.

È forse questo il paradosso più interessante. Israele continua a pubblicare moltissimo per un Paese così piccolo, mentre il tempo dedicato alla lettura diminuisce e gli schermi divorano attenzione. La produzione resta però sorprendentemente ricca. La letteratura ebraica contemporanea continua a generare nuovi autori, piccole case editrici, riviste e forme ibride fra memoir, reportage e romanzo.
E poi incombe il 7 ottobre. Il rischio sarebbe quello di chiedere agli scrittori di diventare cronisti o portavoce del trauma nazionale. La letteratura migliore farà probabilmente l’opposto. Prenderà tempo, si allontanerà dai comunicati, entrerà nelle case e nelle relazioni, osserverà ciò che la guerra ha modificato senza che ce ne siamo ancora accorti.

Da Amos Oz, A.B. Yehoshua e Meir Shalev Israele ha ereditato una letteratura capace di interrogare il progetto nazionale. La generazione che scrive oggi ha davanti un compito diverso e forse ancora più difficile: raccontare che cosa resta di quel progetto dopo uno shock che ha cambiato il modo in cui gli israeliani guardano se stessi, i propri vicini e il futuro.

È presto per sapere quali libri nasceranno da questa frattura. Le voci, però, ci sono già. E proprio nei momenti in cui Israele sembra parlare soltanto il linguaggio della politica e della guerra, i suoi scrittori continuano ostinatamente a ricordare che un Paese è fatto anche di paure private, desideri, famiglie, memoria e immaginazione.