Home > Approfondimenti > Israele alle urne, viaggio dentro una giornata elettorale

Israele alle urne, viaggio dentro una giornata elettorale

Dai bigliettini con le lettere alle buste azzurre, dalle scuole ai seggi per soldati e sfollati, così gli israeliani scelgono i 120 membri della Knesset

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Israele alle urne, viaggio dentro una giornata elettorale

Il giorno delle elezioni Israele si sveglia in una specie di festa nazionale molto rumorosa. È un giorno festivo, le scuole sono chiuse perché molte diventano seggi, le strade si riempiono dei colori dei partiti e davanti agli edifici dove si vota volontari e militanti cercano fino all’ultimo di convincere gli indecisi. Famiglie intere arrivano insieme, spesso con i bambini. Poi, oltre la porta del seggio, tutto torna improvvisamente molto semplice.

Per votare bisogna avere almeno 18 anni ed essere cittadini israeliani iscritti nel registro elettorale. Ogni elettore viene assegnato a un seggio in base alla residenza e può identificarsi con un documento valido. Il diritto di voto riguarda anche gli arabi israeliani, i drusi e gli altri cittadini dello Stato esattamente alle stesse condizioni degli ebrei. Per candidarsi alla Knesset occorre invece aver compiuto 21 anni.

La prima sorpresa per chi è abituato alle elezioni italiane arriva entrando nella cabina. Non esiste una grande scheda con simboli e nomi da barrare con la matita. Davanti all’elettore ci sono tanti piccoli rettangoli di carta bianca, uno per ogni lista, disposti in caselle separate. Su ciascuno sono stampati il nome della lista e soprattutto una, due o, dalle elezioni del 2026, fino a tre lettere ebraiche che la identificano. Il Likud è מחל, Machal; Shas è שס; altri partiti possiedono combinazioni altrettanto riconoscibili, che durante la campagna finiscono sui manifesti e diventano quasi un secondo nome della formazione politica.

L’elettore prende il bigliettino della lista scelta, lo mette nella busta fornita dal seggio, la chiude e la deposita nell’urna. Nessuna preferenza da scrivere, nessun candidato da scegliere. Se per qualche motivo manca il bigliettino desiderato, sono disponibili anche fogli bianchi sui quali si può scrivere a mano la sigla ufficiale della lista. Il voto resta valido purché l’indicazione sia inequivocabile.

La semplicità della scheda racconta molto del sistema politico israeliano. Tutto il Paese costituisce infatti un unico collegio elettorale. Un voto espresso a Eilat pesa esattamente quanto uno espresso a Haifa, Tel Aviv o Gerusalemme. L’elettore sceglie una lista nazionale e i 120 seggi della Knesset vengono distribuiti proporzionalmente fra quelle che superano la soglia del 3,25 per cento dei voti validi. La successiva ripartizione utilizza il metodo Bader-Ofer, versione israeliana del sistema D’Hondt, e può essere influenzata dagli accordi preventivi sulle eccedenze di voti stipulati fra le liste.

Gli israeliani, quindi, non eleggono direttamente il primo ministro. Votano la Knesset e soltanto dopo comincia la partita per costruire una maggioranza di almeno 61 deputati. È una distinzione fondamentale, perché spiega quelle lunghe trattative postelettorali che dall’estero possono apparire incomprensibili. Il nome del candidato premier domina la campagna, sulla scheda elettorale quel nome può anche non comparire affatto.

Anche i luoghi del voto raccontano il Paese. Migliaia di seggi vengono allestiti soprattutto nelle scuole e negli edifici pubblici, mentre procedure particolari permettono di votare negli ospedali, nelle carceri e nelle basi militari. Per le elezioni della ventiseiesima Knesset sono state inoltre introdotte disposizioni specifiche per gli israeliani evacuati dalle proprie abitazioni a causa della situazione di sicurezza, che potranno utilizzare seggi dedicati o quelli accessibili agli elettori con difficoltà motorie. In questi casi entra in gioco la famosa “doppia busta”, che permette di verificare l’identità dell’elettore evitando che possa votare anche nel seggio nel quale risulta normalmente registrato.

Esistono poi i seggi diplomatici per una categoria molto circoscritta di israeliani all’estero, come diplomatici e altri dipendenti pubblici autorizzati. Per il normale cittadino israeliano residente temporaneamente fuori dal Paese, invece, non esiste il voto postale generalizzato. Se vuole partecipare alle elezioni deve tornare in Israele.

Alla chiusura delle urne comincia un rito sorprendentemente analogico per un Paese che ha fatto dell’alta tecnologia uno dei propri marchi. Le buste vengono aperte e i bigliettini contati materialmente dai componenti delle commissioni, sotto gli occhi dei rappresentanti delle diverse liste. Schede bianche, biglietti alterati, combinazioni irregolari o buste che permettano di identificare l’elettore possono essere dichiarati nulli. I verbali passano poi alle commissioni regionali e i risultati confluiscono nella Commissione elettorale centrale.

È un sistema quasi spartano nella sua materialità. Carta, busta, urna, scrutinatori e un piccolo rettangolo con poche lettere ebraiche. Intorno, però, c’è una delle società politicamente più accese del mondo, dove le elezioni possono decidere il futuro dei rapporti fra religiosi e laici, ebrei e arabi, centro e periferia, oltre alle grandi questioni della sicurezza e della guerra.

Forse è proprio questo il dettaglio più curioso delle elezioni israeliane. Dopo settimane di sondaggi, coalizioni, veti, comizi e discussioni furibonde, il cittadino entra dietro un paravento e compie un gesto elementare. Cerca una sigla fra decine di bigliettini, ne prende uno e lo chiude dentro una busta. Da quel piccolo pezzo di carta comincia la complicatissima operazione di costruire un governo d’Israele.