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Tre anni di odio. L’Occidente che fa paura

Dalla Francia alla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti all’Australia, dopo il 7 ottobre l’odio antiebraico ha raggiunto livelli che sembravano appartenere a un’altra Europa e a un altro tempo

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 5 min
Tre anni di odio. L’Occidente che fa paura

Forse il dato più terribile non sta nei numeri ma nei gesti diventati normali. Togliere la mezuzah dalla porta. Nascondere la stella di David sotto la camicia. Dire ai figli di non parlare ebraico sull’autobus. Chiedersi se sia prudente indossare la kippah per attraversare una città europea.

Guardare la porta della sinagoga e vedere poliziotti, transenne, uomini armati.Sono trascorsi quasi tre anni dal 7 ottobre 2023 e una parte dell’Occidente ha compiuto un viaggio all’indietro che pochi avrebbero immaginato possibile. Il massacro degli ebrei israeliani avrebbe potuto provocare solidarietà verso gli ebrei della diaspora. Accadde quasi immediatamente il contrario.

I numeri servono almeno a misurare la dimensione della frattura. Il rapporto del J7, che riunisce le maggiori comunità ebraiche della diaspora in sette Paesi, registra nel 2025 un livello di episodi antisemiti superiore del 136 per cento rispetto al 2022. La violenza è cresciuta del 97 per cento. Il 2025 è stato definito l’anno più sanguinoso per gli ebrei della diaspora da oltre trent’anni.

In Francia, dove vive la più grande comunità ebraica d’Europa, l’antisemitismo ha ormai assunto il carattere di un’emergenza permanente. Nel 2025 il ministero dell’Interno ha registrato 1.320 atti antisemiti. Sono diminuiti rispetto all’anno precedente, restando però a un livello che le autorità definiscono storicamente elevato. Ancora più impressionante è la sproporzione: gli ebrei costituiscono meno dell’uno per cento della popolazione francese, mentre gli atti antisemiti rappresentano il 53 per cento di tutti gli episodi antireligiosi registrati nel Paese.

Dietro quelle cifre ci sono persone. Il rabbino Arié Engelberg aggredito a Orléans davanti al figlio. Il rabbino Elie Lemmel colpito a Deauville e successivamente aggredito ancora a Neuilly-sur-Seine. Ci sono scuole e sinagoghe sorvegliate e famiglie che da anni si interrogano sull’aliyah. La Francia aveva già conosciuto Toulouse, l’Hyper Cacher, Sarah Halimi e Mireille Knoll. Dopo il 7 ottobre quella paura ha trovato nuovo alimento.

La Gran Bretagna offre forse l’immagine più evidente di quanto il cambiamento sia diventato strutturale. Il Community Security Trust aveva registrato 1.662 episodi nel 2022. Nel 2023 furono 4.298. Nel 2025 sono stati ancora 3.700, il secondo totale più alto mai registrato. Nei primi sei mesi del 2026 se ne contavano già 1.926, il 21 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Londra ha assistito per mesi a manifestazioni nelle quali gli ebrei hanno imparato a valutare quali strade fosse meglio evitare. Nell’ottobre 2025 due fedeli sono stati uccisi nell’attacco alla sinagoga di Heaton Park a Manchester.

Poi c’è la Germania, il Paese nel quale ogni episodio possiede inevitabilmente un peso storico ulteriore. Nel 2025 ha registrato, fra i grandi Paesi della diaspora esaminati dal J7, il tasso più alto di episodi in rapporto alla popolazione ebraica. Vedere nuovamente stelle di David tracciate sulle case, sentire slogan antisemiti nelle strade di Berlino, sapere che un bambino ebreo può avere paura di dichiararsi tale in una scuola tedesca produce una vertigine che nessuna statistica riesce davvero a restituire.

Negli Stati Uniti i numeri assoluti sono enormi. Il 2024 aveva già segnato, secondo l’Anti-Defamation League, il record storico con 9.354 episodi. Il fenomeno è entrato violentemente anche nelle università, dove studenti ebrei sono stati talvolta costretti a spiegare quale rapporto avessero con Israele prima ancora di poter rivendicare tranquillamente la propria identità.

Il Canada ha conosciuto un salto altrettanto impressionante: 5.791 episodi nel 2023, più del doppio rispetto ai 2.769 del 2022, e 6.219 nel 2024. Sinagoghe e scuole ebraiche sono state bersaglio di spari, incendi e vandalismi. L’idea che il Canada rappresentasse uno dei luoghi più tranquilli della diaspora è stata incrinata nel giro di pochi mesi.

E infine l’Australia, forse il caso che meglio mostra la rapidità del contagio. Tra ottobre 2023 e settembre 2024 l’Executive Council of Australian Jewry registrò 2.062 episodi, contro 495 nei dodici mesi precedenti: un aumento del 316 per cento. Nel periodo successivo il numero è sceso a 1.654, rimanendo circa tre volte superiore ai livelli precedenti al 7 ottobre. Sono arrivati gli incendi, gli assalti alle sinagoghe, le scritte sui muri e infine il sangue.

Ogni Paese ha la propria storia e sarebbe troppo facile attribuire tutto a una sola matrice. C’è l’antisemitismo islamista, quello dell’estrema destra, quello complottista. E c’è una forma che negli ultimi tre anni ha trovato nell’odio per Israele un linguaggio nuovo, socialmente più accettabile, capace di passare dalle piazze alle università e dai social network alla vita quotidiana.

Criticare un governo israeliano resta naturalmente legittimo. Qualcosa di completamente diverso accade quando un ristorante ebraico viene preso di mira per Gaza, uno studente deve rispondere delle decisioni di Netanyahu, una sinagoga diventa il bersaglio di chi vuole vendicare i palestinesi. In quel momento l’israeliano immaginario e l’ebreo reale tornano a essere la stessa persona agli occhi di chi odia.

È forse questa la ferita più profonda aperta dal 7 ottobre nella diaspora. Gli ebrei occidentali avevano creduto che la cittadinanza avesse finalmente risolto una questione antica: essere francesi, britannici, tedeschi, americani, canadesi o australiani senza dover giustificare continuamente la propria presenza.Tre anni dopo, qualcuno ha ricominciato a guardare la mezuzah sulla porta prima di uscire di casa. Ed è difficile immaginare una sconfitta più grave per una democrazia.