Non è facile immaginare una soluzione per lo sblocco dello Stretto di Hormuz: il regime iraniano, con la sua ideologia apocalittica e omicida, non si farà piegare dalla crisi della propria economia nazionale e continuerà a ricattare l’economia globale per cercare di salvarsi. È senza dubbio positivo che l’intervento della Turchia a fianco dell’Arabia saudita abbia contenuto la minaccia degli Houthi, ma anche in questo caso il fanatismo jihadista può riservare sorprese.
Il problema di fondo è che il jihadismo che ha il suo cuore a Teheran e negli Houthi uno dei suoi principali strumenti regionali non solo ha ancora una dimensione globale, ma converge ampiamente con il tardo zarismo russo e l’egemonismo cinese. Questa convergenza alimenta un fronte che, sebbene abbia subito colpi duri a Gaza, in Libano e in Siria, non è stato ancora piegato. Di fatto, i vari conflitti saranno superati o almeno contenuti se, al di là degli interventi militari locali, si ragionerà su un equilibrio globale in grado di contenere il neoimperialismo di Mosca e l’egemonismo neocolonialistico di Pechino, e di svuotare la jihad avviata nel lontano 1979 da Ruhollah Khomeini.
Dopo la fine dell’Unione Sovietica si era diffusa l’idea che un ordine pacifico globale si potesse instaurare da sé. Poi gli attentati dell’11 settembre 2001, l’abbandono della prudenza strategica del denghismo da parte della Cina e la svolta nazionalista e imperialista della Russia di Putin hanno messo in crisi questa convinzione. A essa, tuttavia, non è subentrata alcuna realistica impostazione di politica estera, né da parte degli Stati Uniti né degli Stati dell’Unione europea e della Gran Bretagna.
La sola eccezione è rappresentata dai Paesi geograficamente più esposti alle pressioni di Mosca e Pechino — ci riferiamo ai Paesi baltici e a quelli dell’Indo-Pacifico — che hanno una maggiore consapevolezza della realtà. I sognatori di un nuovo ordine mondiale pacifico, da New York a Parigi, hanno pensato che questo potesse essere raggiunto attraverso scelte unilaterali, opportunistiche e magari puramente mercantilistiche, senza una strategia politica.
Si consideri una questione come quella dello Stretto di Hormuz: la libertà di navigazione non è un tema che riguarda soltanto quell’area del Medio Oriente. È all’ordine del giorno nel Mar Rosso, nel Mar Cinese del Sud, nello Stretto di Malacca, nel Mar Nero, nel Mar Caspio, nell’Artico, nel Baltico e nel Mediterraneo: chi cerca e si batte per un ordine mondiale pacifico dovrebbe essere in grado di avviare un’iniziativa politica su tutti questi fronti della libertà di navigazione, mettendo così con le spalle al muro il trio Pechino, Mosca e Teheran.
Naturalmente questo obiettivo diventa irraggiungibile se, anziché costruire un articolato fronte politico dei difensori di un ordine mondiale fondato sulla pace, prevarranno gli arroganti unilateralismi e i furbi opportunismi.