“Un’altra difesa è possibile” è la campagna che in questi giorni anima piazze e social, a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per istituire, presso la presidenza del Consiglio, un “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”. I promotori sono Rete Italiana Pace e Disarmo, CNESC e Sbilanciamoci, un ecosistema che comprende organizzazioni dalla chiara connotazione politica e ideologica, come AssopacePalestina, ARCI, CGIL, Un Ponte Per, Pax Christi e Fondazione Finanza Etica.
L’obiettivo è radicale: ridisegnare la difesa della patria attorno al disarmo. Nonostante il testo di legge parli di complementarità tra il modello di difesa tradizionale (militare) e quello “nonviolento”, i promotori stessi li concepiscono come alternativi: “L’Italia ha due strade”, scrivono, contrapponendo “riarmo e leva” a “difesa civile nonviolenta”; e prospettano tagli agli investimenti militari, anche superiori a cinque miliardi di euro. Un ossimoro. Mentre la Russia bombarda l’Ucraina e minaccia l’Europa, l’Iran ambisce all’arma nucleare e cellule jihadiste agiscono nelle nostre città, la risposta sarebbe dunque quella di difendersi con appelli alla pace e tante buone intenzioni…
Attenzione, però, a leggervi l’espressione di un nobile sentimento gandhiano. Qui di romantico c’è ben poco. È un manifesto politico che aspira a farsi istituzione, dunque anche strumento di gestione del potere e dei finanziamenti. La saldatura con i partiti non è mancata: esponenti e amministratori dello schieramento progressista – di AVS, ma non solo – hanno aderito alla mobilitazione. Consensi sono arrivati anche dal mondo cattolico.
Benché il testo consti di appena cinque articoli e rinvii in buona parte a futuri provvedimenti attuativi, i pilastri su cui la proposta si regge sono ben chiari. I Corpi civili di pace diventano gli assi portanti del modello, coordinati dal nuovo Dipartimento, cui si aggiungono un Consiglio nazionale e un Istituto per la pace e il disarmo, con funzioni consultive, di raccordo e formative. Eppure, i Corpi civili di pace fanno già oggi parte del Servizio civile universale e sono gestiti dall’omonimo Dipartimento insieme al MAECI. Altro che la razionalizzazione degli enti pubblici auspicata dalla Corte dei conti: qui le strutture si moltiplicano e si sovrappongono.
Per finanziarle, poi, è previsto un Fondo alimentato dall’eventuale sei per mille dell’IRPEF e dalle risorse derivanti da una “corrispondente riduzione degli stanziamenti” del bilancio dello Stato. E quali stanziamenti rischiano per primi di essere tagliati? La proposta non lo dice, ma i promotori sì: quelli destinati agli armamenti, in una visione dichiaratamente volta a ridimensionare la difesa militare.
Il tema di fondo, quindi, è culturale prima che giuridico e riguarda l’idea di difesa che vogliamo costruire. Il Censis ha rilevato che appena il 16% degli italiani tra 18 e 45 anni sarebbe disposto a combattere se il Paese fosse coinvolto in una guerra; il 39% manifesterebbe da pacifista e il 19% cercherebbe di sottrarsi alla chiamata.
La politica si interroghi su questi dati, che la pongono davanti a un bivio: aderire al modello ideologizzato della difesa “civile, non armata e nonviolenta”, assecondando la pancia dell’opinione pubblica; oppure lavorare sulla coscienza collettiva, svegliandola dal torpore e richiamandola alla necessità di aumentare gli investimenti nella deterrenza militare, come l’Europa e i nuovi assetti geopolitici ci impongono.
La seconda strada, che richiede sforzi formativi e comunicativi, appare l’unica efficace contro le minacce che incombono su di noi. È impopolare, senza dubbio, ma è inevitabile.
Altri Paesi hanno già dovuto fare i conti con questa realtà, loro malgrado. Davvero si può pensare che un giovane israeliano gioisca all’idea di essere chiamato alla leva e di ritrovarsi a combattere al fronte per la sicurezza dei suoi cari e del suo popolo? O che un giovane ucraino gioisca all’idea di svegliarsi con i russi alla porta e di dover imbracciare un fucile per difendere la propria famiglia e il proprio Paese? Naturalmente no. Hanno imparato ciò che noi abbiamo dimenticato: la libertà ha un costo e, quando è minacciata, dobbiamo essere pronti a difenderla. Anche con le armi, quando serve.
Non è retorica militarista. È realismo. Lo stesso realismo che ispirò i lavori della Costituente e contribuì alla formulazione dell’art. 52 della Costituzione. In quella discussione Palmiro Togliatti parlò del “popolo intero che si arma ed è pronto a difendere il suolo della patria”.
E intanto, mentre alcuni si affannano a promuovere la difesa che non difende, Putin, gli ayatollah e le organizzazioni terroristiche – che tengono gli occhi ben aperti sulle dinamiche interne dei Paesi che hanno messo nel mirino – non si saranno lasciati sfuggire il messaggio: in Italia esiste un ampio fronte convinto di poterli contrastare così. E ringraziano di cuore.Italia esiste un ampio fronte convinto di poterli contrastare così.E ringraziano di cuore.