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Iran a caccia di spie tra gli haredi

Lo Shabak coinvolge rabbini, giornalisti e amministratori per fermare i reclutamenti di Teheran nella comunità ultraortodossa

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Iran a caccia di spie tra gli haredi

Lo Shabak ha avviato una campagna specifica nella comunità haredi per contrastare i tentativi dell’intelligence iraniana di reclutare cittadini israeliani. Agenti del servizio di sicurezza hanno incontrato rabbini, giornalisti, amministratori locali e personalità influenti del mondo ultraortodosso, chiedendo loro di diffondere un avvertimento molto concreto: dietro una proposta di lavoro, una richiesta di fotografie o un contatto apparentemente innocuo sui social può nascondersi un reclutatore al servizio di Teheran.

L’iniziativa nasce dalla constatazione che anche il mondo haredi è entrato nel mirino iraniano. Secondo informazioni emerse negli ultimi mesi, almeno nove membri della comunità ultraortodossa sarebbero stati coinvolti in casi di presunto spionaggio per l’Iran, all’interno di un fenomeno più ampio che ha portato all’incriminazione di decine di persone in Israele.

Per raggiungere un settore della popolazione che possiede propri giornali, radio e reti di autorità religiose, lo Shabak ha scelto strumenti diversi dalle consuete campagne istituzionali. Il quotidiano YatedNe’eman, vicino a Degel HaTorah, ha dedicato spazio ai tentativi di reclutamento; il settimanale Rega ha portato l’argomento in copertina, mentre il giornalista Israel Cohen ne ha parlato alla radio Kol Barama e sui social. Contatti sono stati avviati anche con rabbini e responsabili delle amministrazioni locali.

Tra gli interventi più espliciti c’è quello del rabbino Yigal Cohen, membro del Consiglio del Gran Rabbinato e figura conosciuta nel mondo sefardita haredi. «Gli iraniani cercano spie», ha avvertito, spiegando che possono chiedere di fotografare luoghi o trasferire armi. Il suo appello ha spostato deliberatamente il problema anche sul terreno religioso, definendo il tradimento del proprio popolo una gravissima profanazione del nome di Dio.

Il metodo utilizzato da Teheran aiuta a capire l’allarme. Da anni lo Shabak documenta operazioni nelle quali agenti iraniani avvicinano israeliani attraverso Telegram, WhatsApp, Facebook, Instagram e altre piattaforme, spesso utilizzando falsi profili o annunci di lavoro. Il primo incarico può sembrare insignificante e prevedere una piccola ricompensa. Una fotografia, la consegna di un pacco, informazioni su un indirizzo. Una volta stabilito il rapporto, le richieste possono diventare progressivamente più sensibili.

In un caso reso pubblico a luglio, un cittadino tagiko con passaporto russo è stato arrestato con l’accusa di avere lavorato per un agente iraniano. Secondo gli investigatori aveva fotografato il porto di Haifa, trasmesso le coordinate delle torri Azrieli, documentato luoghi colpiti dai missili iraniani e tentato di fotografare un sito sensibile nel nord del Paese. Il contatto, hanno precisato le autorità, era cominciato con un’offerta di lavoro apparentemente innocua.

Lo schema è ormai ricorrente. Nel febbraio scorso lo Shabak e la polizia hanno arrestato due giovani israeliani dell’area di Gerusalemme accusati di avere ricevuto denaro attraverso portafogli digitali in cambio di attività per conto dell’intelligence iraniana. Nello stesso mese il servizio di sicurezza ha inoltre riferito di centinaia di tentativi, compiuti nell’arco di un anno, di violare gli account e i telefoni di funzionari pubblici, esponenti della sicurezza, giornalisti, accademici e altri cittadini israeliani.

Il caso haredi presenta tuttavia una difficoltà particolare. Secondo Yedidya Lau, consulente del Centro per il governo locale che ha partecipato agli incontri con lo Shabak, alcuni settori della comunità risultano meno esposti alle informazioni sulle tecniche utilizzate dagli iraniani e possono quindi sottovalutare richieste che sembrano innocue. È precisamente su questa vulnerabilità che punta la campagna.

Lo Shabak evita di fornire dettagli operativi e si limita a confermare di svolgere attività di sensibilizzazione nei diversi settori della società israeliana. Il messaggio rivolto agli haredi è però inequivocabile. La guerra d’intelligence con l’Iran passa ormai anche attraverso un telefono, un annuncio di lavoro e poche centinaia di shekel offerti per una fotografia. E la prima difesa consiste nel riconoscere chi sta dall’altra parte dello schermo.