Per quanto riguarda Turchia e Siria, Israele ha tracciato due linee rosse: una geografica e una strategica. Dal punto di vista geografico, Israele non desidera una presenza turca nella Siria meridionale. Dal punto di vista strategico, non vuole neanche un ulteriore rafforzamento militare turco o il dispiegamento di tecnologie militari avanzate in tutto il Paese.
L’attacco israeliano di martedì 18 agosto alla base di Abu ez-Zuhur, nel nord della Siria, a circa 70 chilometri dal confine turco, ha accresciuto i timori di uno scontro diretto tra Ankara e Gerusalemme. L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Damasco era sul punto di violare lo “status quo” di sicurezza con Israele, mediato dagli Usa, consentendo ad Ankara di dispiegare sue truppe e radar presso la struttura di Abu ez-Zuhur, una mossa considerata una minaccia alla sicurezza dello Stato ebraico.
Lo “status quo” temporaneo in Siria prevede che Israele eserciti la sua influenza a sud e che la Turchia la eserciti a nord. Per evitare uno scontro diretto sul terreno tra i due attori è stato tracciato un confine invisibile tra Homs e Hama, un confine che entrambe le parti non dovrebbero oltrepassare. Sebbene questo confine invisibile abbia contribuito a contenere le forti tensioni sviluppatesi tra i due Paesi, entrambi hanno invece accelerato le proprie politiche militari, che considerano prioritarie nelle rispettive regioni di influenza.
Dopo la destituzione di Assad nel dicembre 2024, le truppe israeliane sono entrate nella zona cuscinetto monitorata dalle Nazioni Unite che le separa da quelle siriane e hanno occupato il versante siriano del Monte Hermon. Gerusalemme ha fatto sapere che le truppe rimarranno sulla vetta strategica a tempo indeterminato, mentre altre operano al di fuori della zona cuscinetto. Israele sostiene che i dispiegamenti sono finalizzati a impedire alle forze ostili di insediarsi vicino al suo confine.
Una maggiore presenza turca potrebbe contribuire a consolidare in Siria “uno Stato islamista, filo-turco e filo-palestinese” e ciò sarebbe inaccettabile per Gerusalemme, che sostiene che la Turchia mira a una graduale espansione che entrerebbe in conflitto con gli interessi israeliani. Per Ankara, gli attacchi israeliani nell’area di influenza dell’esercito turco in Siria rappresentano anche una risposta di sfida di Gerusalemme al Patto della Mecca, l’accordo sulla difesa collettiva firmato il 7 agosto da Pakistan, Arabia Saudita e Turchia. Israele guarda con preoccupazione a questo patto, considerando minacciosa l’emergere di un blocco sunnita più assertivo.
La rivalità tra Ankara e Gerusalemme si è estesa sempre più al Mediterraneo orientale, dove Israele ha ampliato la cooperazione militare con Grecia e Cipro. Questi tre Paesi hanno recentemente firmato un nuovo piano di cooperazione militare per il 2026. Insomma, quello israeliano di martedì scorso sembra “un messaggio molto serio, non un bluff”, rivolto sia alla Turchia sia, in modo ancora più diretto, al governo siriano.
Il messaggio che ha voluto lanciare Israele è che non avrebbe tollerato il trasferimento in Siria di tecnologie della difesa e capacità militari turche tali da limitare le operazioni israeliane contro Paesi nemici come l’Iran. Lo spazio aereo e il territorio siriano al confine con Israele sono considerati da Gerusalemme una base per gli attacchi contro i nemici regionali.
Tale preoccupazione è al centro della visione di Israele sulla Siria dopo la caduta di Assad. Israele nutre ancora profondi sospetti sul passato islamista del presidente siriano Ahmed al-Sharaa e considera la crescente collaborazione militare tra Ankara e Damasco una potenziale minaccia alla sua sicurezza a lungo termine.
Le preoccupazioni israeliane si sono concentrate non solo sul possibile dispiegamento di truppe turche, ma anche sulla vendita di armi e droni e su altre forme di assistenza militare alle forze armate siriane. La tecnologia fornita dalla Turchia potrebbe complicare questo calcolo.
Israele vede lo spazio aereo siriano come una “linea di visuale chiara verso l’Iran” e per questo potrebbe considerare l’intera Siria una zona off-limits a qualsiasi presenza militare turca. Quello di martedì 18 agosto, quindi, non era semplicemente un altro degli oltre mille attacchi aerei in Siria. È stato un assaggio della linea di faglia che sta emergendo nel Medio Oriente post-Assad: la Turchia vuole aiutare a costruire e a garantire la sicurezza della nuova Siria; Israele vuole assicurarsi che la Siria non possa mai ostacolare la sua libertà di colpire l’Iran.
La competizione per il nuovo ordine regionale è iniziata e Israele e Turchia lottano per espandere la loro influenza nell’area. Pur restando lontano uno scontro diretto, Ankara e Gerusalemme continueranno a competere per il controllo politico, militare ed economico della Siria.