Israele non vuole, almeno nelle condizioni attualmente proposte, una forza militare italiana nel sud del Libano. Il problema per Gerusalemme non è l’Italia e neppure, in linea di principio, la presenza di osservatori internazionali. È ciò che dovrebbe accadere prima del loro arrivo.
Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza israeliana, il governo di Gerusalemme teme che il progetto discusso nelle ultime settimane finisca per rovesciare l’ordine delle priorità concordate nei negoziati: prima il ritiro delle forze israeliane e l’ingresso dell’esercito libanese accompagnato da una forza internazionale, poi il disarmo di Hezbollah.
Israele pretende la sequenza opposta. Vuole risultati verificabili contro l’organizzazione sciita prima di rinunciare alla propria libertà d’azione: armi sequestrate, infrastrutture militari smantellate, postazioni eliminate e presenza effettiva dell’esercito libanese nelle aree interessate. Soltanto a quel punto una forza internazionale potrebbe certificare quanto avvenuto e accompagnare le fasi successive del ritiro israeliano.
Dietro la disputa c’è il futuro dell’intero sistema di sicurezza del Libano meridionale. Il mandato dell’Unifil, presente nel Paese dal 1978, terminerà alla fine del 2026 e il ritiro della missione dovrà completarsi nel corso del 2027. Da mesi si discute quindi di quale meccanismo possa prenderne il posto. L’Italia, che da anni fornisce uno dei contingenti più importanti della missione delle Nazioni Unite, ha manifestato la disponibilità a mantenere una propria presenza militare nel sud anche nella fase successiva.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva già dichiarato che Roma è disponibile a partecipare dal primo gennaio a una missione internazionale sotto bandiera dell’Onu o dell’Unione europea. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accolto favorevolmente l’ipotesi di una presenza italiana ed europea dopo il ritiro dell’Unifil.
L’Italia svolge inoltre un ruolo diplomatico crescente. Roma ha ospitato nelle ultime settimane colloqui diretti tra delegazioni israeliane e libanesi, con la mediazione degli Stati Uniti, e nuovi incontri sono previsti all’inizio di settembre. Proprio durante questi negoziati è emersa l’ipotesi di affidare a Paesi terzi il compito di verificare il disarmo di Hezbollah. Italia, Regno Unito, Svizzera e Indonesia sono stati indicati tra i possibili partecipanti, anche se nessun accordo definitivo sulla composizione del meccanismo è stato raggiunto. Il nodo resta Hezbollah.
L’accordo raggiunto sotto mediazione americana lega il progressivo ritiro israeliano dal territorio libanese al disarmo dell’organizzazione e al dispiegamento dell’esercito di Beirut. Sono state individuate aree pilota nelle quali sperimentare il meccanismo: l’esercito libanese entra, prende il controllo del territorio e procede allo smantellamento delle strutture militari di Hezbollah, mentre Israele arretra. Stati Uniti, Israele e Libano hanno concordato che in queste zone l’esercito libanese debba assumere il controllo esclusivo, escludendo gli attori armati non statali.
Il processo si è però inceppato. Beirut vuole che Israele interrompa le operazioni militari e proceda con i ritiri; Gerusalemme sostiene che il disarmo debba essere effettivo e verificabile prima di abbandonare le posizioni che considera indispensabili alla propria sicurezza. È in questo spazio che dovrebbe inserirsi la presenza internazionale.
Ed è precisamente qui che Israele vede il rischio. Secondo le fonti della sicurezza israeliana, Beirut starebbe cercando una soluzione capace di evitare uno scontro diretto tra l’esercito libanese e Hezbollah. Una forza italiana o internazionale che entrasse nel sud principalmente per accompagnare il ritiro israeliano potrebbe, secondo Gerusalemme, trasformarsi in una barriera alla libertà d’azione di Tsahal senza impedire a Hezbollah di conservare armi, uomini e infrastrutture.
Su questo punto la posizione americana si è fatta particolarmente netta. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di considerare fallita l’esperienza dell’Unifil e ha escluso di sostenerne un ulteriore prolungamento oltre la scadenza del 31 dicembre. Washington ricorda che la missione non è riuscita a impedire il massiccio riarmo di Hezbollah nel Libano meridionale e ritiene che il nuovo accordo diretto tra Israele e Libano debba progressivamente sostituire il vecchio sistema di peacekeeping.
Gli Stati Uniti, tuttavia, non escludono una presenza internazionale dopo l’Unifil. Pongono una condizione molto simile a quella israeliana: qualsiasi nuova missione dovrà essere strettamente collegata agli obiettivi concreti dell’accordo, a cominciare dal disarmo di Hezbollah e dal ripristino della sovranità dello Stato libanese nel sud. «Non siamo interessati a sostituire una missione inefficace e senza scadenza con un’altra», ha spiegato un funzionario del Dipartimento di Stato. Washington vuole quindi un meccanismo limitato, verificabile e subordinato ai risultati, anziché una nuova forza internazionale destinata semplicemente a congelare la situazione esistente.
Il precedente dell’Unifil pesa inevitabilmente anche sul giudizio israeliano. Per anni Hezbollah ha costruito nel Libano meridionale una vasta infrastruttura militare mentre migliaia di Caschi blu erano presenti nella stessa area. La stessa missione dell’Onu ricorda però che il proprio mandato è essenzialmente di monitoraggio e sostegno all’esercito libanese e che i peacekeeper non dispongono dell’autorità necessaria per impedire con la forza le violazioni della risoluzione 1701 se non in circostanze molto limitate.
Questo non significa che Israele escluda un ruolo italiano. Gerusalemme accetta il principio di una verifica internazionale e l’Italia continua a essere uno dei Paesi considerati per parteciparvi. La divergenza riguarda il mandato e soprattutto la successione degli eventi. Per Israele una nuova missione internazionale deve servire a verificare qualcosa che sta realmente accadendo sul terreno: il disarmo di Hezbollah e il ritorno della sovranità militare libanese nel sud. Per Beirut la presenza internazionale dovrebbe contribuire anche a creare le condizioni per il ritiro israeliano e accompagnare l’esercito libanese nel progressivo controllo del territorio.
La differenza sembra tecnica. In realtà contiene tutta la sostanza del negoziato. E la posizione assunta da Washington restringe ulteriormente lo spazio per una soluzione che si limiti a sostituire i Caschi blu con un’altra forza straniera. Dopo quasi cinquant’anni di Unifil, Israele non vuole un’altra missione incaricata di osservare un confine dietro il quale Hezbollah possa continuare ad armarsi. Gli Stati Uniti, questa volta, sembrano condividere il principio. Prima risultati verificabili sul disarmo. Poi il resto.