Martedì prossimo 180 mila bambini israeliani entreranno per la prima volta in una scuola elementare. Cominceranno un percorso che durerà dodici anni e, quando lo avranno terminato, Israele sarà probabilmente un Paese abbastanza diverso da quello nel quale sono nati. Ma qualcosa di quell’Israele futuro si può già intravedere osservando chi sono questi bambini, dove vivono e persino come si chiamano.
I dati diffusi alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico dall’Autorità per la popolazione e l’immigrazione offrono infatti una piccola fotografia dei cambiamenti demografici e culturali in corso.Tra i bambini ebrei che entrano in prima elementare i nomi più diffusi sono Ariel, David e Lavi. Tra le bambine dominano Tamar, Avigail, Yael e Adele. Nella società araba, invece, ai primi posti troviamo Mohammed, Ahmad, Yousef e Adam tra i maschi, Miriam, Sham e Lin tra le femmine.
Un elenco di nomi può sembrare una curiosità da fine estate. In realtà racconta parecchio. Nella società ebraica stanno tornando con forza i nomi tradizionali e soprattutto quelli provenienti dalla Bibbia e dalle fonti ebraiche. Nomi israeliani moderni che hanno segnato intere generazioni – Noam, Uri, Guy, Roi, Omer, Lihi, Gili, Tal, Yuval – hanno perso terreno o sono usciti dalle prime posizioni.
Secondo Hanan Yitzhaki, responsabile del programma Memoria ed eredità del Collegio accademico di educazione Efrata, il fenomeno riflette un cambiamento culturale profondo. I nomi scelti dalle nuove famiglie israeliane mostrano un legame con la tradizione ebraica più forte rispetto a quello della generazione dei loro genitori.Dietro i nomi c’è poi un dato ancora più significativo. Circa il 40 per cento dei bambini di prima elementare frequenta il sistema scolastico haredi o quello statale-religioso. Soltanto il 37 per cento è iscritto all’istruzione statale generale, e anche all’interno di quest’ultima, sottolinea Yitzhaki, è presente una consistente popolazione tradizionalista.
La geografia aggiunge un altro tassello.Gerusalemme è di gran lunga la città con il maggior numero di bambini che inizieranno la scuola: circa 23.500, equivalenti al 2,2 per cento della popolazione cittadina. Seguono Bnei Brak con 7.200 e Beit Shemesh con circa 6.700. Tel Aviv-Jaffa arriva soltanto quarta, con 6.200 bambini.
Più interessante ancora è osservare quanto questi alunni pesino sulla popolazione complessiva. A Tel Aviv rappresentano appena l’1,2 per cento degli abitanti. A Bnei Brak sono il 2,9 per cento. A Beit Shemesh raggiungono il 3,4. E in alcune località israeliane particolarmente giovani i soli bambini che quest’anno cominciano la prima elementare arrivano a rappresentare addirittura il 7 per cento della popolazione.Sono differenze che anticipano inevitabilmente quelle dell’Israele adulto dei prossimi decenni.
La crescita delle comunità haredi e nazional-religiose modificherà il peso relativo delle diverse componenti della società israeliana e porterà con sé questioni enormi: il servizio militare, l’istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro, il rapporto tra religione e Stato, la distribuzione delle risorse pubbliche. Molte delle discussioni che oggi occupano la politica israeliana diventeranno ancora più importanti quando questi bambini raggiungeranno l’età adulta.
C’è però anche un’altra maniera di leggere quei 180 mila zaini nuovi.Israele continua a essere una società straordinariamente giovane rispetto alla maggior parte dei Paesi occidentali. Nel 2000 i bambini che entravano in prima elementare erano circa 114 mila; negli ultimi anni il loro numero si è avvicinato ai 180 mila. È una differenza demografica che separa profondamente Israele da un’Europa alle prese con denatalità, invecchiamento e scuole che in molte aree chiudono perché mancano gli alunni.
Naturalmente i bambini di sei anni non sono una previsione elettorale. Non sappiamo che cosa penseranno nel 2040, quanto saranno religiosi, quali partiti voteranno o quale rapporto avranno con l’identità dei loro genitori. La demografia indica una direzione, non scrive in anticipo la storia di una società.Eppure, martedì mattina, quando si apriranno i cancelli delle scuole, sarà possibile vedere per qualche ora una cosa che la politica riesce spesso a nascondere.
L’Israele del futuro avrà il volto di 180 mila bambini con uno zaino sulle spalle. Molti si chiameranno Ariel, David, Lavi, Tamar, Avigail, Mohammed o Miriam. Alcuni entreranno in una scuola laica, altri in una religiosa, altri ancora in una haredi o araba. Sono appena all’inizio della prima elementare.Ma il Paese nel quale vivranno da adulti ha già cominciato a cambiare con loro.