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Berlino, la sinistra si spacca sul diritto di Israele a esistere

Vanessa Emde, eletta con Die Linke, rifiuta di riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato ebraico. Saltano i negoziati per il governo della capitale tedesca

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Berlino, la sinistra si spacca sul diritto di Israele a esistere
Immagine: WELT TV

A Berlino il diritto di Israele a esistere è diventato un ostacolo alla formazione del governo. Die Linke, la sinistra radicale che alle elezioni di settembre ha conquistato oltre un quarto dei voti nella capitale tedesca, rischia di perdere la possibilità di guidare la città per le posizioni di una sua esponente, Vanessa Amade. Una vicenda che sta provocando una crisi politica e mette in discussione l’identità stessa del partito.

Per governare Berlino, Die Linke deve trovare un accordo con socialdemocratici e Verdi. I potenziali alleati hanno però posto alcune condizioni preliminari: una presa di distanza dalle organizzazioni criminali, un impegno esplicito contro l’antisemitismo, il riconoscimento del massacro del 7 ottobre come atto terroristico, la condanna di Hamas e il rispetto del diritto di Israele all’esistenza. Condizioni che, nella Germania del dopoguerra, dovrebbero apparire elementari. Per una parte della sinistra berlinese sono invece diventate motivo di scontro.

Al centro della controversia è finita Vanessa Amade, attivista queer-femminista eletta direttamente nel distretto di Neukölln con quasi il 50% dei voti. Fino a poche settimane fa era poco conosciuta fuori dagli ambienti militanti. Oggi potrebbe determinare il futuro politico della capitale. Amade appartiene all’area più radicale del movimento filopalestinese. È vicina al gruppo Solidarietà con la Palestina, alcuni esponenti del quale hanno sostenuto che la lotta palestinese terminerà soltanto quando Tel Aviv sarà in mani palestinesi. Durante i festeggiamenti elettorali si è fatta fotografare con Ibrahim Ibrahim, indicato come sostenitore del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, organizzazione classificata come terroristica dall’Unione europea.

Ma è soprattutto una sua dichiarazione a provocare lo scontro. «Gli Stati non hanno diritto all’esistenza. Le persone hanno diritto all’esistenza», ha affermato Amade, sostenendo inoltre la legittimità politica di uno Stato unico democratico nel quale tutti godano degli stessi diritti, indipendentemente dall’origine etnica e dalla religione.

La formula, presentata come un principio universale, assume un significato preciso nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Il superamento dello Stato di Israele come entità nazionale ebraica è infatti una delle possibili conseguenze del modello sostenuto dall’esponente di Die Linke. Socialdemocratici e Verdi avevano chiesto che Amade fosse esclusa dal gruppo parlamentare. Il partito ha invece deciso di accoglierla, pur sottoscrivendo un documento che riconosceva esplicitamente il diritto di Israele a esistere.

La tregua è durata pochissimo. Giovedì Amade ha pubblicato un video su Instagram nel quale ha ribadito le proprie convinzioni, prendendo le distanze dagli impegni assunti dal partito. Ha inoltre denunciato come uno scandalo democratico il fatto che la sua persona fosse diventata oggetto di trattativa politica.

La risposta degli alleati è stata immediata. Socialdemocratici e Verdi hanno annullato i colloqui, accusando Die Linke di sostenere posizioni incompatibili fra loro: una destinata ai partner di governo, l’altra alla propria base elettorale. La dirigenza del partito ha preso le distanze da Amade e ha annunciato una discussione interna sulla sua posizione. Il problema, tuttavia, va ben oltre una singola deputata.

Neukölln, quartiere caratterizzato da una forte presenza di immigrati, costituisce una delle roccaforti elettorali della sinistra radicale berlinese. Qui la mobilitazione filopalestinese ha assunto un peso crescente dopo il 7 ottobre 2023. Perdere il sostegno di questo elettorato significherebbe indebolire una componente decisiva della macchina politica di Die Linke.

Il partito si trova così davanti a una scelta che riguarda la propria credibilità democratica. Può accettare le condizioni poste dagli alleati e affrontare la rivolta della sua componente più radicale, oppure difendere le posizioni di Amade e rinunciare alla possibilità di governare. La questione tocca anche un nervo scoperto della politica tedesca. La sicurezza degli ebrei e la responsabilità storica nei confronti di Israele costituiscono principi centrali della cultura istituzionale della Germania. Il loro significato viene oggi contestato da settori politici che rivendicano la propria appartenenza all’antifascismo e all’antirazzismo.

Berlino si trova dunque davanti a un paradosso. La sinistra che ha vinto le elezioni potrebbe perdere il governo perché una sua rappresentante rifiuta di riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato ebraico. E il fatto che una simile posizione possa diventare un elemento di forza elettorale racconta quanto profondamente sia cambiato il dibattito politico tedesco.