L’Azerbaigian ha deciso di difendere la laicità delle proprie scuole anche a costo di uno scontro diplomatico con la Turchia, il suo più stretto alleato. Le nuove disposizioni sull’abbigliamento scolastico, che di fatto impediscono alle studentesse e alle insegnanti di indossare il velo islamico, hanno provocato manifestazioni, arresti e un duro confronto con Ankara. Il governo di Baku, guidato dal presidente Ilham Aliyev, ha risposto alle critiche turche rivendicando il diritto di stabilire autonomamente le regole della propria istruzione pubblica.
La controversia nasce da un regolamento introdotto il mese scorso, che impone il rispetto dell’uniforme scolastica e vieta gli indumenti ritenuti incompatibili con il carattere laico dell’istruzione statale. Il testo non menziona espressamente l’hijab, eppure in diversi istituti ragazze e insegnanti che lo indossavano si sono viste impedire l’ingresso. Le immagini diffuse sui social mostrano studentesse in lacrime e ragazzi che abbracciano le proprie insegnanti, mentre almeno due scuole sono state interessate da boicottaggi delle lezioni.
La protesta ha assunto rapidamente dimensioni politiche. Secondo il ministero dell’Interno azero, 37 persone sono state arrestate per disordini legati all’applicazione delle nuove disposizioni. A Baku si sarebbero verificati scontri con il personale scolastico e danneggiamenti. Contemporaneamente, numerosi utenti hanno denunciato difficoltà nell’accesso a Instagram e TikTok, le piattaforme sulle quali circolavano i filmati delle manifestazioni. Alcuni hanno riferito di essere riusciti a collegarsi soltanto attraverso reti VPN.
Il caso presenta una particolarità che distingue l’Azerbaigian da gran parte del mondo musulmano. Sebbene la maggioranza della popolazione sia sciita, la Costituzione sancisce la separazione tra Stato e religione. L’eredità sovietica ha contribuito a consolidare una cultura politica fortemente secolare, che il governo considera uno dei fondamenti dell’identità nazionale.
L’intervento più duro è arrivato dalla Turchia. Oktay Saral, consigliere del presidente Recep Tayyip Erdogan, ha giudicato inaccettabile impedire l’accesso all’istruzione alle ragazze che portano il velo, definendo l’hijab un obbligo religioso e chiedendo a Baku di ritirare immediatamente le disposizioni. Anche alcuni parlamentari del Partito della giustizia e dello sviluppo, l’AKP di Erdogan, hanno criticato il provvedimento.
La replica azera è stata insolitamente severa. Il partito di governo Nuovo Azerbaigian ha definito quelle dichiarazioni «populiste e irresponsabili», ricordando che anche la Costituzione turca riconosce il principio di laicità. Soprattutto, ha respinto qualsiasi ingerenza negli affari interni, precisando che la formula «una nazione, due Stati», tradizionalmente utilizzata per descrivere la fratellanza turco-azera, non autorizza Ankara a imporre le proprie convinzioni ideologiche.
Nella polemica è entrato anche Israele, con il quale l’Azerbaigian intrattiene rapporti particolarmente stretti. Baku è un importante fornitore di petrolio dello Stato ebraico e acquista tecnologia militare israeliana. La collaborazione comprende inoltre settori economici e strategici, mentre la presenza di un’antica comunità ebraica contribuisce a mantenere rapporti culturali consolidati. Nel 2023 l’Azerbaigian ha aperto la propria ambasciata a Tel Aviv, rafforzando ulteriormente un’intesa spesso criticata dall’Iran e da ambienti politici turchi.
Il partito di Aliyev ha approfittato della controversia per respingere anche le accuse rivolte a questa alleanza, ribadendo che i rapporti con Israele rispondono al diritto internazionale e agli interessi nazionali dell’Azerbaigian.
La questione resta delicata anche sul piano interno. Il governo rivendica la neutralità religiosa della scuola pubblica, mentre le famiglie coinvolte denunciano la violazione della libertà di culto e del diritto all’istruzione. L’esclusione delle studentesse, peraltro, non è espressamente prevista dal regolamento, circostanza che rende controversa la sua applicazione.
Per Aliyev la sfida sarà conciliare il carattere laico dello Stato con i diritti dei cittadini, evitando che una controversia scolastica si trasformi in una crisi politica più ampia. Per Erdogan, invece, il caso rappresenta un confronto con un alleato musulmano deciso a sottrarsi alla sua influenza ideologica. E Israele osserva con interesse uno scontro che conferma quanto siano differenti, anche all’interno del mondo musulmano, i rapporti tra religione, potere e politica estera.

