Hezbollah pretende che le autorità libanesi gli restituiscano 500 chili di esplosivo sequestrati durante un controllo stradale e rilascino immediatamente i due uomini arrestati. La richiesta, avanzata pubblicamente dal deputato Hassan Fadlallah, esponente del movimento sciita filo-iraniano, apre un nuovo scontro con il governo di Beirut, impegnato nel difficile tentativo di sottrarre alle milizie il controllo delle armi sul territorio nazionale.
Il materiale era stato scoperto a Dahr el-Baidar, lungo la strada che collega la valle della Bekaa alla capitale. Secondo fonti giudiziarie libanesi, il veicolo trasportava 250 chili di tritolo e altrettanti di C-4, un potente esplosivo plastico impiegato anche in operazioni militari. Le autorità hanno fermato due persone e avviato indagini per individuare eventuali complici e ricostruire la destinazione del carico.
La risposta di Hezbollah è arrivata attraverso Fadlallah, che durante una conferenza stampa in Parlamento ha rivendicato apertamente la proprietà del materiale. «Il veicolo e il suo carico appartengono alla resistenza», ha dichiarato, chiedendo che entrambi vengano riconsegnati al movimento. Una rivendicazione che equivale a contestare il diritto delle autorità libanesi di sequestrare armamenti appartenenti a un’organizzazione che continua a disporre di una propria struttura militare.
Secondo il deputato, gli esplosivi erano destinati a operazioni contro le forze israeliane. Un responsabile di Hezbollah e una fonte della sicurezza libanese hanno precisato all’agenzia Reuters che il materiale avrebbe dovuto essere utilizzato per equipaggiare droni esplosivi. Si tratta, per il momento, della versione fornita dal movimento e dalle fonti citate, mentre l’inchiesta giudiziaria deve ancora accertare la destinazione effettiva del carico.
Il ritrovamento ha suscitato preoccupazioni anche all’interno del Libano, dove il ricordo degli attentati politici e delle violenze tra fazioni continua a pesare sulla vita pubblica. La possibilità che una quantità tanto elevata di esplosivo attraversi il Paese al di fuori di qualsiasi controllo statale ha riacceso il dibattito sulla sicurezza e sulla capacità delle istituzioni di esercitare la propria autorità.
Fadlallah ha respinto i sospetti che il materiale potesse essere destinato ad attentati interni, accusando gli avversari politici di Hezbollah di alimentare deliberatamente la paura. Ha inoltre contestato la decisione adottata dal governo il 2 marzo, con la quale sono state vietate le attività militari dell’organizzazione, giudicandola priva di legittimità.
La vicenda investe direttamente il primo ministro Nawaf Salam, che il 12 ottobre aveva promesso un’indagine approfondita sul sequestro, ribadendo l’intenzione del governo di intervenire contro il possesso, il trasporto e l’impiego di armamenti sottratti al controllo delle istituzioni.
Per Beirut la questione è particolarmente delicata. Hezbollah, sostenuto militarmente e finanziariamente dall’Iran, ha costruito nel corso dei decenni un apparato armato autonomo, capace di condizionare profondamente gli equilibri politici libanesi. Il movimento rivendica il diritto di mantenere le proprie armi in nome della lotta contro Israele, mentre una parte crescente delle forze politiche libanesi chiede che ogni attività militare sia ricondotta sotto l’autorità dello Stato.
La richiesta di restituzione degli esplosivi rende il conflitto istituzionale ancora più esplicito. Accoglierla significherebbe riconoscere, almeno nei fatti, la possibilità per Hezbollah di trasportare materiale bellico senza sottostare alle leggi nazionali. Respingerla comporterebbe invece il rischio di uno scontro con un’organizzazione che conserva una notevole capacità di pressione politica e militare.
Il governo Salam si trova così davanti a una prova concreta della propria autorità. Cinquecento chili di esplosivo sequestrati su una strada libanese sono diventati il simbolo di una questione irrisolta da decenni. Chi ha realmente il diritto di decidere sull’uso della forza in Libano, lo Stato o Hezbollah?

