La Francia sta scoprendo cosa significa “globalizzare l’Intifada”. O, più precisamente, sta scoprendo quanto sia pericoloso trasformare un linguaggio di guerra in uno slogan da manifestazione, fingendo di non comprenderne le implicazioni. Per anni, una parte della politica europea ha trattato quell’espressione come un innocuo esercizio di solidarietà internazionale. Il problema è che le parole hanno conseguenze, soprattutto quando evocano una storia di attentati, massacri di civili e terrorismo. E quando qualcuno invoca la globalizzazione di un conflitto, sarebbe opportuno chiedergli dove intenda portarlo e contro chi.
Sarebbe scorretto attribuire automaticamente le violenze nelle piazze francesi a una regia islamista. Non esistono elementi sufficienti per sostenere una simile equivalenza. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare il processo attraverso il quale la violenza viene progressivamente normalizzata, giustificata e infine celebrata, purché presentata come strumento di liberazione. L’islamismo radicale non è una semplice espressione di disagio sociale, né una variante particolarmente energica dell’attivismo politico. È un progetto ideologico che, nelle sue declinazioni jihadiste, considera la violenza uno strumento legittimo per imporre un ordine politico e religioso incompatibile con i principi fondamentali delle democrazie liberali. E non ha alcun interesse a fermarsi ai confini di Israele.
È questo il punto che una parte della politica occidentale continua ostinatamente a non comprendere. Nell’immaginario jihadista, Israele e gli ebrei occupano una posizione centrale, ma non esauriscono affatto l’orizzonte del nemico. L’antisemitismo è uno degli elementi strutturali della propaganda di organizzazioni come Hamas e al-Qaeda, ma il loro antagonismo investe anche le società occidentali, il pluralismo religioso, la libertà individuale, l’emancipazione femminile e la separazione fra autorità politica e religiosa. Gli ebrei sono spesso il primo bersaglio simbolico e materiale; l’obiettivo ideologico è molto più ampio. Non si tratta di una teoria cospirativa, ma di ciò che emerge dai programmi, dalla propaganda e dalla storia operativa di queste organizzazioni.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la sicurezza delle comunità ebraiche, benché questa dovrebbe già essere una priorità assoluta. Riguarda la capacità dell’Europa di riconoscere un’ideologia che considera la democrazia liberale non un sistema da riformare, ma un ordine da abbattere. Chi pensa di poter convivere politicamente con il jihadismo semplicemente perché oggi individua in Israele il proprio nemico principale commette un errore strategico elementare: confonde la convergenza temporanea degli obiettivi con una compatibilità di valori che non esiste.
Il 7 ottobre 2023 avrebbe dovuto cancellare ogni ambiguità. Hamas non ha condotto una normale operazione militare contro Israele: ha deliberatamente massacrato civili, sequestrato ostaggi e trasformato la violenza contro gli ebrei in uno spettacolo propagandistico. Eppure, prima ancora che Israele avviasse la propria risposta militare su larga scala, settori dell’attivismo occidentale avevano già cominciato a reinterpretare quei massacri come un episodio di resistenza anticoloniale. Il problema non era più stabilire se uccidere civili fosse moralmente inaccettabile, ma decidere se le vittime appartenessero alla categoria politica giusta per meritare solidarietà.
È qui che l’antisemitismo contemporaneo mostra uno dei suoi volti più insidiosi. Non ha sempre bisogno di presentarsi attraverso il linguaggio tradizionale dell’odio razziale. Può utilizzare il vocabolario dell’antimperialismo, della giustizia sociale e della liberazione nazionale. Può trasformare gli ebrei in rappresentanti collettivi di un potere globale immaginario, attribuire loro responsabilità per le decisioni del governo israeliano e considerare sospetta persino la richiesta di proteggere sinagoghe, scuole e istituzioni comunitarie. La critica a Netanyahu è legittima; la trasformazione degli ebrei in un bersaglio politico collettivo non lo è.
La responsabilità non appartiene esclusivamente alla sinistra radicale. Riguarda una classe politica europea che troppo spesso applica i propri principi in modo selettivo. Una parte della sinistra ha confuso l’antimperialismo con l’indulgenza verso movimenti teocratici e antisemiti. Il centro ha spesso preferito il silenzio, temendo di apparire divisivo. La destra, dal canto suo, ha talvolta utilizzato la minaccia islamista come argomento elettorale indiscriminato, senza distinguere fra appartenenza religiosa, radicalismo politico e terrorismo. Il risultato è stato un dibattito nel quale si è parlato moltissimo di sensibilità culturali e troppo poco di ideologie, organizzazioni, finanziamenti e responsabilità.
Perché l’islamismo politico radicale non va confuso con l’Islam come religione, ma neppure protetto dietro questa distinzione. Il fatto che milioni di musulmani europei non condividano il jihadismo non rende quest’ultimo meno pericoloso. Al contrario, l’estremismo islamista minaccia anche i musulmani che rifiutano la sua visione autoritaria, le donne che rivendicano autonomia, gli intellettuali dissidenti e chiunque non accetti la subordinazione della libertà individuale al dogma religioso. Chiamare questa ideologia con il proprio nome non è islamofobia. È il presupposto minimo per comprenderla e contrastarla.
In questo clima, alcuni protagonisti della cultura occidentale sono diventati autentiche caricature dell’indignazione selettiva. Roger Waters occupa un posto di rilievo. L’ex componente dei Pink Floyd, che ha costruito una carriera denunciando l’autoritarismo, sembra oggi impegnato soprattutto a distribuire certificati di rispettabilità morale. Le sue dichiarazioni su Israele e le narrazioni cospirative che gli sono state contestate mostrano quanto facilmente l’antisionismo militante possa scivolare nel repertorio dell’antisemitismo classico, fatto di poteri occulti, manipolazioni e colpe collettive.
La recente polemica con James Hetfield dei Metallica è illuminante. Waters ha insultato un collega sostanzialmente colpevole di preferire la musica all’indottrinamento del pubblico. È una concezione curiosa della libertà artistica: si può contestare il potere, purché si ripetano gli slogan approvati da Roger Waters. L’uomo che ha passato una carriera a cantare contro i muri sembra averne costruito uno intorno alle opinioni consentite. E c’è qualcosa di grottesco nel vedere chi si proclama nemico del fascismo mostrare tanta indulgenza verso ideologie religiose che negano buona parte delle libertà per le quali l’Occidente ha combattuto.
Waters non è responsabile delle violenze francesi, naturalmente. È però emblematico di una cultura politica nella quale la condanna della violenza dipende troppo spesso dall’identità di chi la esercita. Si invocano i diritti universali, salvo diventare improvvisamente relativisti quando a calpestarli sono gli avversari di Israele. Si denuncia ogni discriminazione, salvo scoprire infinite sfumature interpretative quando le vittime sono ebree. E si pretende di combattere l’autoritarismo mentre si trovano giustificazioni politiche per movimenti che vorrebbero sostituire il pluralismo con la teocrazia.
La Francia conosce da decenni la minaccia jihadista. Gli attentati di Parigi, Nizza e contro Charlie Hebdo hanno dimostrato che l’estremismo islamista non considera affatto l’Europa un osservatore neutrale dei conflitti mediorientali. I suoi bersagli sono stati giornalisti, insegnanti, spettatori di concerti, clienti di ristoranti e cittadini comuni. Persone colpite non perché responsabili delle politiche israeliane, ma perché rappresentavano, nella visione degli attentatori, una società da punire e intimidire.
Per questo lo slogan “globalizzare l’Intifada” non dovrebbe essere liquidato con leggerezza. Non ogni persona che lo pronuncia sostiene il terrorismo, e non ogni manifestazione violenta è diretta da organizzazioni islamiste. Ma l’ambiguità dello slogan è precisamente parte del problema. Quando si celebra una tradizione di rivolta associata anche ad attentati contro civili e se ne auspica la diffusione internazionale, non ci si può sorprendere se il messaggio viene interpretato come un invito a trasferire il conflitto nelle società occidentali.
La risposta non può limitarsi all’ordine pubblico. Occorrono intelligence, contrasto alle reti di finanziamento e reclutamento, protezione delle comunità minacciate e una chiara distinzione fra dissenso politico e giustificazione del terrorismo. Ma occorre soprattutto recuperare una capacità di giudizio che la politica europea sembra aver smarrito: riconoscere che non tutte le ideologie sono compatibili con la democrazia e che la violenza contro i civili non diventa accettabile quando viene esercitata in nome di una causa popolare.
La sicurezza degli ebrei, in questo contesto, è anche una questione europea. Non perché ogni forma di antisemitismo conduca automaticamente al jihadismo, ma perché la sicurezza degli ebrei rappresenta uno dei primi indicatori della capacità di una società liberale di difendere i propri principi. Quando l’intimidazione antisemita viene tollerata, si afferma implicitamente che i diritti possono essere subordinati alla pressione politica e alla minaccia della violenza. Prima gli ebrei, dunque, ma non soltanto gli ebrei. L’orizzonte del jihadismo è una società nella quale la libertà di coscienza, il pluralismo e la sovranità democratica cedono il passo all’autorità religiosa. È un progetto che riguarda l’intero Occidente, anche quando alcuni occidentali, accecati dall’ostilità verso Israele, preferiscono non vederlo.
La Francia non ha bisogno di scoprire che l’estremismo islamista esiste. Ha bisogno, come il resto d’Europa, di una classe politica capace di riconoscerlo e contrastarlo senza cercare attenuanti ideologiche. Perché il problema non è soltanto che qualcuno possa prendere sul serio l’invito a globalizzare l’Intifada. È che troppi altri, per convenienza, conformismo o irresponsabilità, non si siano mai chiesti che cosa stessero effettivamente invitando a globalizzare.

