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Ben Gvir, l’estrema destra israeliana e il regalo agli antisemiti

Non siamo in difficoltà, siamo indignati

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Ben Gvir, l’estrema destra israeliana e il regalo agli antisemiti

Ci sono momenti nei quali le ambiguità diventano un lusso che non ci si può più permettere. Le provocazioni di Itamar Ben Gvir non ci “mettono in difficoltà”, come si sente ripetere in queste ore con il linguaggio ovattato delle diplomazie e delle mezze frasi. Ci indignano. E ci indignano perché finiscono per colpire proprio ciò che dicono di voler difendere: Israele, la sua legittimità, la sua immagine internazionale e persino la sua sicurezza politica e morale.

Ogni volta che un esponente dell’estrema destra israeliana trasforma la politica in una gara muscolare, ogni volta che il linguaggio pubblico si avvicina alla provocazione permanente, il risultato è sempre lo stesso: una gigantesca operazione di propaganda regalata ai nemici di Israele. Non ai critici onesti, che in una democrazia hanno tutto il diritto di contestare governi, strategie militari o singole decisioni politiche. No. Il regalo va a quella galassia ideologica che usa il conflitto mediorientale come copertura morale per il proprio antisemitismo, spesso mascherato da umanitarismo selettivo.

La cosiddetta “Flottilla”, con il suo armamentario simbolico e propagandistico, vive esattamente di questo carburante: immagini, slogan, provocazioni reciproche, caricature. E Ben Gvir, con il suo stile politico incendiario, offre materiale prezioso a chi vuole raccontare Israele come uno Stato fanatico, aggressivo e irriformabile. È un danno politico enorme, perché trasforma una democrazia complessa e attraversata da conflitti interni in una caricatura utile alla mobilitazione ideologica globale.

Setteottobre, fin dalla sua nascita, ha scelto deliberatamente di non intervenire nelle dinamiche interne della politica israeliana. Non per prudenza, non per opportunismo, non per evitare polemiche. La ragione è molto più semplice e molto più seria: Israele è una democrazia sovrana e spetta ai cittadini israeliani decidere chi debba governare il Paese. Gli israeliani votano, discutono, protestano, cambiano governi, litigano ferocemente tra loro da settantasette anni. Fa parte della loro vitalità democratica.

Il nostro compito, qui in Europa e in Italia, è un altro. È denunciare il ritorno di un antisemitismo che non si presenta quasi mai con il volto del passato, ma che utilizza linguaggi nuovi, codici nuovi, slogan nuovi. Un antisemitismo che spesso si traveste da anticolonialismo assoluto, da ossessione anti-israeliana, da indignazione selettiva. Un antisemitismo che invade università, media, piazze e social network mentre una parte delle classi dirigenti occidentali finge di non vedere oppure, peggio, ammicca.

Ma proprio per questo bisogna essere chiari. Difendere Israele non significa sospendere il giudizio critico su qualunque leader israeliano. Non significa trasformare uno Stato democratico in un feticcio ideologico da giustificare sempre e comunque. Israele non è sacro perché perfetto. È fondamentale perché rappresenta qualcosa di storicamente decisivo: il diritto del popolo ebraico ad avere una patria, a vivere libero e sicuro, a non dipendere più dalla tolleranza precaria degli altri.

È questo il punto che troppi fingono di non capire, sia tra i nemici di Israele sia, paradossalmente, tra alcuni suoi sostenitori più estremi. La legittimità di Israele non nasce da Ben Gvir, né finirà con Ben Gvir. Non dipende da un singolo governo, da una coalizione o da una stagione politica. Dipende da un principio storico, politico e morale infinitamente più profondo.

Ed è proprio per difendere quel principio che bisogna avere il coraggio di dire una cosa semplice: chi alimenta fanatismi, chi riduce tutto a provocazione identitaria, chi offre ai professionisti dell’odio nuovi strumenti propagandistici, non sta aiutando Israele. Sta aiutando i suoi nemici.