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L’eroe musulmano che salvò gli ebrei a Sydney minacciato dai fratelli

Ahmed al-Ahmed, diventato simbolo mondiale dopo l’attacco di Hanukkah a Bondi Beach, avrebbe subito un tentativo di estorsione da parte della sua stessa famiglia

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
L’eroe musulmano che salvò gli ebrei a Sydney minacciato dai fratelli

“Famiglie vi odio”, gridava André Gide, preda di una furia velenosa e solitaria. Quell’urlo potrebbe oggi legittimamente farlo proprio l’uomo che ha rischiato la vita per fermare un terrorista durante il massacro di Hanukkah a Sydney si ritrova ora davanti a un altro incubo, questa voltatra le pareti di casa. Ahmed al-Ahmed, il cittadino australiano di origine siriana diventato celebre in tutto il mondo dopo avere immobilizzato uno degli attentatori dell’attacco antisemita di Bondi Beach, sostiene di essere stato minacciato dai suoi fratelli, che gli avrebbero chiesto 200 mila dollari provenienti dalle donazioni raccolte dopo l’attentato.

Secondo i documenti presentati in tribunale in Australia, i fratelli Sameh e Hafiza al-Ahmed sono accusati di tentata estorsione e di avere minacciato Ahmed con violenze fisiche se non avesse consegnato parte dei 2,6 milioni di dollari raccolti grazie a una campagna pubblica di solidarietà organizzata dopo l’attacco terroristico dello scorso dicembre.

La vicenda ha sconvolto profondamente l’opinione pubblica australiana, perché Ahmed al-Ahmed era diventato il simbolo di una reazione umana e coraggiosa al terrorismo jihadista. Durante la festa ebraica di Hanukkah a Bondi Beach, quartiere costiero di Sydney, i terroristi Sajid Akram e Naveed Akram, padre e figlio radicalizzati nell’orbita dell’ISIS, avevano aperto il fuoco contro centinaia di persone riunite per le celebrazioni. Nell’attacco erano morte quindici persone e decine erano rimaste ferite.

Nel pieno della sparatoria Ahmed al-Ahmed, disarmato, si era lanciato contro uno dei terroristi riuscendo a bloccarlo dopo una violenta colluttazione ripresa da diversi telefoni cellulari. Le immagini avevano fatto il giro del mondo e trasformato quell’immigrato siriano arrivato in Australia nei primi anni Duemila in una figura internazionale, celebrata da esponenti politici, leader religiosi e comunità ebraiche di molti Paesi.
L’uomo era rimasto gravemente ferito durante lo scontro e aveva affrontato mesi di cure e riabilitazione. La raccolta fondi organizzata online aveva superato i 2,6 milioni di dollari australiani proprio per permettergli di affrontare il lungo percorso medico e garantire sicurezza economica alla sua famiglia.

Secondo l’accusa, però, il ritorno in Australia dei due fratelli all’inizio del 2026 avrebbe trasformato quella solidarietà in una fonte di tensione violentissima. I documenti giudiziari sostengono che Sameh e Hafiza al-Ahmed abbiano telefonato ad Ahmed il 7 maggio scorso pretendendo 100 mila dollari a testa e accompagnando la richiesta con minacce estremamente pesanti. “Ti spezzeremo anche l’altra mano e ti spaccheremo la faccia”, gli avrebbero detto, aggiungendo che soltanto il pagamento avrebbe garantito “tranquillità e sicurezza”.
L’avvocato di Ahmed al-Ahmed gli avrebbe allora consigliato di rivolgersi immediatamente alla polizia australiana. Pochi giorni dopo i due fratelli sono stati arrestati e successivamente rilasciati su cauzione. Durante la prima udienza davanti al tribunale australiano si sono dichiarati non colpevoli.

La storia ha avuto un impatto enorme anche perché Ahmed al-Ahmed era stato presentato come il volto di una possibile convivenza tra comunità diverse travolte dalla stessa minaccia jihadista. Il suo gesto aveva colpito profondamente una parte dell’opinione pubblica australiana proprio perché aveva mostrato un musulmano che rischiava la propria vita per salvare ebrei da un attentato antisemita.

Ora quel simbolo si ritrova immerso in una vicenda familiare cupa e dolorosa che rischia di trasformarsi in un nuovo caso mediatico nazionale. In Australia il processo contro i fratelli al-Ahmed viene seguito con grande attenzione anche perché riporta al centro il trauma lasciato dall’attacco di Bondi Beach, uno degli episodi antisemiti più violenti avvenuti nel Paese negli ultimi decenni.