Su Ben Gvir molto già si è detto, e non solo negli ultimi due giorni. Si è detto, e giustamente, che non rappresenta Israele, pur facendo parte del suo attuale governo; si è detto che le sue azioni plateali e violente sono totalmente sbagliate, irresponsabili e danneggiano Israele, e anche su questo non c’è molto da aggiungere. Molti non hanno perso l’occasione per dare il volto di Ben Gvir al Paese reietto per definizione, l’unico al mondo di cui viene messa in questione l’esistenza, l’unico dove quello che fa un esponente del governo ricade immediatamente su ogni cittadino, quel Paese che la vulgata antiebraica riciclatasi “antisionista” pone alla radice di ogni male. Conclusione nient’affatto originale: è la quintessenza dell’hitlerismo.
Vorrei richiamare comunque l’attenzione su due aspetti su cui forse non ci si è soffermati a sufficienza. Innanzitutto Ben Gvir non è uno stupido, o almeno non è possibile bollarlo semplicemente come tale e pensare così di aver risolto la questione. Ben Gvir non è neanche solo e isolato. Vero è certamente che la maggioranza degli israeliani lo considera per quello che è, cioè un suprematista estremista e un profanatore di quell’ebraismo a cui la kippah che porta in testa grottescamente si richiama. Ma Ben Gvir fa quello che fa perché ha un suo pubblico, e a quello si rivolge. Un pubblico minoritario ma non irrilevante in Israele e anche, in qualche modo, fuori da Israele.
Se considerate nel contesto di una campagna elettorale permanente fatta pressoché unicamente di provocazioni e proposte insulse – insulse non solo perché non auspicabili, ma anche perché spesso del tutto irrealizzabili – le azioni di Ben Gvir acquistano senso. Rimangono azioni irresponsabili a un occhio esterno. Ma Ben Gvir, come molti leader populisti piccoli e grandi che abitano le democrazie – i regimi non democratici non sono costretti a fare i conti con questo problema – si rivolge ai suoi. O meglio, al settore di opinione pubblica che pensa che abbia sostanzialmente ragione, ma che non per forza lo preferirebbe alle urne.
Pensare però, come vorrebbero alcuni ottimisti, che il fenomeno Ben Gvir rappresenti una parentesi, un caso sfortunato, una malattia passeggera in fondo estranea al Paese e alla società di Israele – pensare tutto questo sarebbe una illusione. Pericolosa. Ben Gvir è interprete di una minoranza significativa che fa parte di Israele e gioca un ruolo nel presente di quel Paese. Una componente che non ha tra le proprie priorità, e talvolta avversa addirittura senza infingimenti, parlamentarismo, divisione dei poteri e stato di diritto. Una minoranza antidemocratica populista – come ne esistono in ogni altra democrazia.
Il secondo aspetto su cui non si insisterà mai abbastanza – certamente non lo fa la vulgata mediatica, che approfitta di ogni possibilità per avallare la narrazione potenzialmente davvero genocida secondo la quale Israele sarebbe una sorta di “nuovo nazismo” – è che quello che fa o non fa Ben Gvir o chicchessia non è la causa dell’odio antiebraico. La discriminazione e la violenza contro gli ebrei è un problema dei suoi fautori, non degli ebrei, nemmeno degli ebrei irresponsabili che tradiscono il proprio mandato, danneggiando scientemente il proprio paese. Ritenere che il comportamento di un ministro e per quanto sguaiato e gravemente scorretto, sia all’origine dell’ostilità verso Israele è un’altra illusione profondamente sbagliata.
Chi crede che questo odio dipenda, anche solo in parte, da quello che gli ebrei fanno, si colloca già all’interno della mentalità antisemita; in altre parole, aderisce a uno dei principi di fondo del pregiudizio antiebraico. Così come le donne che girano da sole in città di notte non sono la causa delle violenze che dovessero subire e gli omosessuali non provocano l’omofobia, gli ebrei non sono alla radice dell’antisemitismo – l’antisemitismo esiste solo e soltanto perché esistono gli antisemiti, ovviamente, non per quello che sono o fanno gli ebrei.
Un’ultima osservazione. A valle delle ignobili sovraesposizioni e strumentalizzazioni mediatiche volte unidirezionalmente a delegittimare lo Stato ebraico, Ben Gvir ha bisogno della Flottilla esattamente come la Flottilla ha bisogno di Ben Gvir. La Flottilla sostiene senza infingimenti il terrorismo degli assassini di Hamas,invoca la distruzione di Israele “dal fiume al mare” e si adopera a tale scopo. Il suo impavido equipaggio combatte una guerra, quella dell’informazione, che è la diretta prosecuzione dell’opera di Hamas e Hezbollah con altri mezzi.
Ben Gvir e i kahanisti rappresentano la pulsione antidemocratica annidata al cuore di ogni democrazia, una tensione forse ineliminabile del tutto ma da tenere a bada prima che sia davvero troppo tardi. I flottilleros e Ben Gvir hanno bisogno gli uni dell’altro, lo sanno, ed è probabile che in futuro non smettano di scambiarsi favori. Entrambi si adoperano per distruggere la Israele che conosciamo: per spazzarla via dalla mappa geografica la Flottilla, per cancellarla dalla mappa della democrazia e dello stato di diritto Ben Gvir e i suoi accoliti. E quale dei due pericoli sia più grande, oggi, è difficile dire.
L’ignobile teatro antiebraico dei volenterosi collaboratori di Hamas freschi di avventura nel Mediterraneo ha successo anche grazie allo sguaiato show del ministro del governo Netanyahu; e questi fa parlare di sé, raggiungendo il suo scopo, grazie alla Flottilla. Bingo. Gli uni e l’altro sono i due volti di una medesima medaglia, o se si preferisce di una stessa malattia. I due volti uguali e contrari dei picconatori della democrazia.

