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Da Gaza una denuncia contro Hamas per crimini di guerra

Un palestinese porta i leader di Hamas davanti alla Corte Penale Internazionale mentre gran parte dei media occidentali continua a guardare altrove

Cesare Galli

Tempo di Lettura: 5 min
Da Gaza una denuncia contro Hamas per crimini di guerra

Mentre i nostri media in questi giorni sono impegnati a seguire la più recente replica dello show della cosiddetta Flottilla, sta passando sotto silenzio un fatto che arriva da Gaza e che, per un’informazione libera da pregiudizi e paraocchi ideologici, dovrebbe essere il classico “uomo che morde il cane”, cioè – traducendo dal gergo giornalistico – un evento che non ci si aspetta e che quindi “fa notizia”, almeno per chi volesse davvero raccontare il mondo al pubblico e non semplicemente assecondarne i gusti e le aspettative.

Un abitante di Gaza si è infatti rivolto, tramite i suoi avvocati, alla Corte Penale Internazionale, presentando all’Office of the Prosecutor – l’equivalente del nostro Pubblico Ministero – una denuncia per crimini commessi contro il popolo della Striscia. Solo che, questa volta, a essere denunciati non sono i “cattivi” israeliani, ma quattordici capi di Hamas, quelli contro i quali in Europa i “marciatori” di professione non hanno mai ritenuto necessario organizzare cortei. Nemmeno quando bloccavano i convogli umanitari per requisire gli aiuti e venderli ai civili al mercato nero, oppure in cambio di favori sessuali, e nemmeno quando, subito dopo il ritiro delle truppe israeliane, hanno cominciato a “regolare i conti”, rastrellando e assassinando palestinesi che avevano osato alzare la testa e opporsi alla loro leadership, come è stato puntualmente documentato da un video raccolto e geolocalizzato dalla BBC, che mostra la scena agghiacciante di un gruppo di terroristi che raduna in una piazza di Gaza otto civili, li fa inginocchiare e li uccide davanti a una folla di uomini, donne e persino bambini che assiste indifferente.

Le accuse contenute in questa denuncia comprendono tutte le ipotesi più gravi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’utilizzo di civili o altre persone soggette a protezione come scudi umani agli attacchi deliberati contro civili e obiettivi civili, dal provocare deliberatamente gravi sofferenze alle persone alla distruzione e appropriazione delle proprietà altrui, dal mancato ricorso a misure dirette a evitare un numero eccessivo di vittime, feriti o danni accidentali fino agli attacchi contro obiettivi protetti. E ancora, crimini contro la dignità personale, impiego e arruolamento di minori, condanne ed esecuzioni senza regolare processo, omicidio, sterminio, tortura e persecuzione.

Le persone indicate come responsabili di questi delitti sono tutti leader di Hamas: Khaled Mashaal, Mahmoud al-Zahar, Mohammed Odeh, Muhannad Rajab, Khalil al-Hayya, Mousa Abu Marzook, Ghazi Hamad, Izzat al-Rishq, Fathi Hamad, Nizar Awadallah, Husam Badran, Zaher Jabarin, Basem Naim e Izz al-Din al-Haddad, dal maggio 2025 comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza, ucciso il 15 maggio scorso in un’operazione dell’esercito israeliano.

Le accuse sono precise e circostanziate, con nomi, fatti, date e soprattutto prove che dimostrano come l’altissimo numero di vittime civili della guerra sia stato anche il risultato di una precisa strategia di Hamas. Una strategia della morte, cinicamente costruita per raggiungere il risultato politico, purtroppo ampiamente ottenuto, di trasformare agli occhi del mondo chi si difendeva in un carnefice, un carnefice che però annunciava in anticipo gli obiettivi delle proprie operazioni militari invitando i civili ad allontanarsi.

Questa denuncia mette invece nero su bianco ciò che gran parte del mondo, e anzitutto proprio la Corte Penale Internazionale, continua a rifiutarsi di vedere, ossia che il vero responsabile della tragedia del 7 ottobre, degli ostaggi ancora prigionieri e della devastazione della Striscia è Hamas, insieme all’Iran e alle altre milizie, Hezbollah e Houthi, che Teheran ha armato e addestrato nel proprio progetto di espansione regionale. Un progetto del quale fanno le spese anzitutto gli stessi cittadini iraniani, sottoposti da quasi mezzo secolo a un regime repressivo e violento, lo stesso modello che Hamas ha imposto a Gaza e che vorrebbe estendere “dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al Mediterraneo, cancellando Israele e i suoi abitanti.

Nonostante tutto questo, per trovare ascolto uno dei due avvocati americani che hanno presentato la denuncia per conto dell’abitante di Gaza ha dovuto rivolgersi al Jerusalem Post, storico quotidiano israeliano, cioè al giornale di uno dei pochissimi Paesi del Medio Oriente dove gli arabi godono di pieni diritti civili e politici, eleggono rappresentanti in parlamento e possono vivere liberamente.

L’autore della denuncia non è un “collaborazionista”, come i terroristi e chi assorbe la loro propaganda definiscono sprezzantemente gli arabi favorevoli a una convivenza con Israele. Al contrario, è un uomo che, come racconta il giornale, nella guerra ha perso la moglie, i figli e altri membri della propria famiglia. E proprio per questo vuole vedere puniti i veri responsabili della loro morte, pur sapendo che con questa denuncia mette a rischio la propria vita.

Ora, in base all’articolo 15 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, l’Office of the Prosecutor dovrà valutare la serietà delle informazioni ricevute ed eventualmente raccogliere ulteriori elementi, non solo da Stati e organizzazioni internazionali governative e non governative, ma anche assumendo testimonianze scritte o orali presso la propria sede. E se riterrà che vi sia una base sufficiente per avviare un’indagine vera e propria, dovrà chiedere un’autorizzazione alla Pre-Trial Chamber, una sorta di giudice delle indagini preliminari, alla quale potranno rivolgersi anche le vittime. Tuttavia il silenzio mantenuto in questi anni dal Prosecutor della Corte, che pure avrebbe potuto avviare un’investigazione anche d’ufficio sulla base delle informazioni disponibili, non induce certo all’ottimismo.

Tuttavia è doveroso continuare a sperare e soprattutto impegnarsi, ciascuno nel posto in cui si trova, per fare circolare queste notizie come una piccola Radio Londra. Solo così si può rompere il muro di omissioni e propaganda che continua a deformare ciò che accade davvero a Gaza.