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La Francia: via Ramy Shaath, ex consigliere di Arafat e volto del movimento BDS

Parigi accusa il dirigente palestinese legato a “Urgence Palestine” di rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico dopo mesi di tensioni e polemiche sull’attivismo anti-israeliano

Paolo Montesi

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La Francia: via Ramy Shaath, ex consigliere di Arafat e volto del movimento BDS

La Francia che negli ultimi anni si è presentata come uno dei Paesi europei più attivi nella lotta contro l’antisemitismo e contro il radicalismo islamista si trova ora davanti a un caso politico e giudiziario destinato a far discutere ben oltre i confini francesi. Ramy Shaath, dirigente palestinese, ex consigliere di Yasser Arafat e figura di riferimento della campagna internazionale contro Israele, è infatti destinatario di una procedura di espulsione avviata dalle autorità francesi, che lo considerano una “grave minaccia per l’ordine pubblico”.

Shaath, cinquantacinque anni, vive in Francia dal 2022 dopo essere stato liberato da un carcere egiziano in seguito a forti pressioni diplomatiche internazionali, comprese quelle esercitate da Parigi. Il 30 aprile scorso ha ricevuto nella sua abitazione di Nanterre la notifica ufficiale della procedura. Il 21 maggio dovrà comparire davanti alla commissione dipartimentale per le espulsioni degli Hauts-de-Seine, organismo che esprimerà un parere consultivo prima dell’eventuale decisione finale del prefetto.

La vicenda arriva dopo mesi di crescente tensione attorno al collettivo “Urgence Palestine”, uno dei gruppi più attivi nelle mobilitazioni francesi contro Israele dopo il 7 ottobre 2023. Le autorità francesi accusano il movimento di avere assunto posizioni radicali e di contribuire ad alimentare un clima estremamente aggressivo nei confronti della comunità ebraica francese, già sottoposta a un’impennata di episodi antisemiti dopo l’attacco di Hamas e la guerra di Gaza.

Ramy Shaath non è una figura marginale del mondo palestinese. È figlio di Nabil Shaath, storico dirigente di Fatah, già ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese e uno dei protagonisti dei negoziati di Oslo. Negli anni, però, il suo profilo politico si è spostato sempre più verso l’attivismo internazionale anti-israeliano. È stato tra i fondatori del movimento BDS in Egitto, la campagna che promuove il boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele e che molti governi occidentali considerano una struttura capace di alimentare ostilità antiebraica sotto copertura politica.

Nel 2019 Shaath era stato arrestato al Cairo con l’accusa di sostegno a organizzazioni terroristiche e detenuto per oltre due anni dal regime di Abdel Fattah al-Sisi. La sua liberazione, nel gennaio 2022, era stata salutata in Francia come un successo diplomatico e umanitario. L’ambasciata israeliana a Parigi aveva però reagito con durezza, accusando il governo francese di adottare “due pesi e due misure” nella lotta contro il nuovo antisemitismo. In un messaggio pubblicato allora sui social, la rappresentanza diplomatica israeliana aveva ricordato che il movimento BDS, fondato da Shaath in Egitto, promuove campagne considerate discriminatorie verso Israele e verso gli ebrei.

Dietro il caso Shaath si intravede un problema molto più ampio che attraversa oggi la società francese. Dopo il 7 ottobre, il ministero dell’Interno guidato da Bruno Retailleau ha intensificato controlli, scioglimenti di associazioni radicali e monitoraggio di gruppi accusati di alimentare odio antiebraico o sostegno implicito a Hamas. In questo contesto, “Urgence Palestine” è diventata una delle sigle più controverse della galassia propalestinese francese, soprattutto per slogan, manifestazioni e prese di posizione che secondo le autorità hanno oltrepassato il terreno della militanza politica per entrare in quello dell’istigazione all’odio.

I sostenitori di Shaath parlano invece di una criminalizzazione del militante propalestinese e di un attacco diretto alla libertà d’espressione. Alcune organizzazioni della sinistra radicale e gruppi pro-palestinesi francesi accusano il governo di voler colpire simbolicamente una figura nota dell’attivismo anti-israeliano per lanciare un messaggio politico interno, mentre la tensione nelle banlieue e nelle università francesi continua a crescere.

La decisione finale sull’espulsione potrebbe arrivare nelle prossime settimane e rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro nella Francia attraversata da una polarizzazione sempre più violenta sul conflitto israelo-palestinese. Per il governo francese, però, il dossier Shaath rappresenta anche un test politico delicatissimo, perché tocca insieme sicurezza interna, libertà di espressione, radicalizzazione islamista e rapporto con una delle più grandi comunità ebraiche d’Europa.