Per la prima volta dalla proclamazione della propria indipendenza nel 1991, il Somaliland aprirà un’ambasciata all’estero e lo farà a Gerusalemme. La decisione, annunciata dall’ambasciatore Mohamed Hagi durante la sua visita in Israele, rappresenta un passaggio diplomatico di grande peso simbolico e strategico, perché consolida il rapporto tra Israele e uno Stato che per oltre trent’anni è rimasto in una sorta di limbo internazionale, con un proprio governo, una propria moneta, un esercito e perfino passaporti autonomi, ma senza riconoscimento ufficiale da parte della quasi totalità della comunità internazionale.
“L’ambasciata della Repubblica del Somaliland sarà situata a Gerusalemme”, ha scritto Hagi sui social, aggiungendo che Israele aprirà a sua volta una propria sede diplomatica nella capitale del Somaliland, Hargeisa. Per il governo israeliano la scelta rappresenta un successo politico importante, soprattutto perché riguarda Gerusalemme, tema che continua a dividere gran parte della diplomazia internazionale. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito la decisione “un altro passo significativo nel rafforzamento delle relazioni tra i nostri Paesi e i nostri popoli”.
Israele aveva riconosciuto ufficialmente il Somaliland nel dicembre scorso, diventando il primo Stato al mondo a compiere quel passo. Una decisione che aveva provocato dure reazioni da parte della Somalia e critiche internazionali, soprattutto per il timore che il riconoscimento potesse incoraggiare altri movimenti separatisti nel continente africano. Mogadiscio continua infatti a considerare il Somaliland parte integrante del proprio territorio nazionale, nonostante la separazione avvenuta nel 1991 dopo il collasso del regime di Siad Barre e la successiva guerra civile.
Dietro il rafforzamento dei rapporti tra Gerusalemme e Hargeisa pesa però soprattutto la geografia. Il Somaliland occupa una posizione strategica nel Corno d’Africa, affacciato sul Golfo di Aden, di fronte allo Yemen controllato in parte dagli Houthi sostenuti dall’Iran. Per Israele quell’area è diventata sempre più importante dopo gli attacchi lanciati dagli Houthi contro il traffico marittimo e contro lo Stato ebraico a partire dall’autunno 2023, all’indomani del massacro del 7 ottobre compiuto da Hamas.
Negli ambienti strategici israeliani il Somaliland viene ormai considerato una piattaforma potenzialmente cruciale per il controllo delle rotte marittime che collegano il Mar Rosso all’Oceano Indiano. Il passaggio delle navi commerciali attraverso Bab el-Mandeb e il Golfo di Aden rappresenta infatti uno dei punti nevralgici del commercio mondiale e qualsiasi instabilità in quell’area ha effetti immediati sull’economia globale e sulla sicurezza israeliana.
La scelta di aprire l’ambasciata proprio a Gerusalemme ha inoltre un significato politico preciso. La maggior parte dei Paesi mantiene infatti le proprie sedi diplomatiche a Tel Aviv sostenendo che lo status finale della città debba essere deciso nell’ambito di un eventuale accordo israelo-palestinese. Attualmente soltanto sette Paesi hanno ambasciate a Gerusalemme, tra cui Stati Uniti, Guatemala, Paraguay e Kosovo. Il Somaliland diventerebbe quindi l’ottavo.
Il governo israeliano, proprio nei giorni scorsi, ha approvato un piano di incentivi economici destinato ai Paesi disposti a trasferire le proprie ambasciate a Gerusalemme. La proposta, sostenuta da Gideon Sa’ar e dal ministro per Gerusalemme e il patrimonio Yariv Levin, prevede contributi finanziari per coprire parte dei costi necessari all’apertura o allo spostamento delle sedi diplomatiche.
L’annuncio arriva mentre Israele cerca di ampliare la propria rete di alleanze in Africa orientale e nel mondo musulmano periferico, puntando su cooperazione economica, sicurezza e controllo delle rotte marittime. Per il Somaliland, invece, il rapporto con Israele rappresenta soprattutto una possibilità di uscire dall’isolamento internazionale e ottenere nuovi riconoscimenti diplomatici dopo oltre tre decenni di esistenza sospesa.

