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Finanziare il jihad in Italia: il denaro invisibile che passa sotto i radar

Dal sistema hawala alle criptovalute, dalle finte attività commerciali alle raccolte fondi “umanitarie”. Come il finanziamento del terrorismo jihadista è frammentato in micro-flussi difficili da intercettare

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 6 min
Finanziare il jihad in Europa: il denaro invisibile che passa sotto i radar

Il finanziamento delle organizzazioni terroristiche passa anche attraverso piattaforme digitali, circuiti informali, carte prepagate, criptovalute e attività commerciali solo in apparenza lecite. Flussi di denaro continui che si spostano di mano in mano senza lasciare tracce evidenti, dissolvendosi nella normalità degli scambi quotidiani. Ed è proprio questa dimensione invisibile, oggi, a rappresentare la principale fonte di allarme per chi si occupa di sicurezza finanziaria.

Circa un anno fa, nella Sala Ciampi del ministero dell’Economia e delle Finanze, è stata presentata l’ultima edizione dell’Analisi dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo in Italia, insieme alla prima analisi nazionale sul rischio di finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Quel report è stato elaborato dal Comitato di sicurezza finanziaria, organismo interistituzionale che opera all’interno del ministero dell’Economia e delle Finanze e che riunisce le principali autorità coinvolte nel sistema antiriciclaggio e antiterrorismo: autorità investigative, autorità di vigilanza e Unità di Informazione Finanziaria (UIF), cioè l’organo della Banca d’Italia che analizza le segnalazioni sospette e i flussi finanziari potenzialmente collegati ad attività illecite. Il suo compito è coordinare la strategia nazionale, analizzare i rischi e definire le priorità operative del sistema di prevenzione.

Il quadro che emerge dall’analisi si fonda su una metodologia consolidata che integra tre livelli principali: analisi dei flussi finanziari, elaborazione delle segnalazioni di operazioni sospette e attività investigativa. L’obiettivo non è soltanto ricostruire singoli movimenti di denaro, ma individuare reti, connessioni e modalità operative in continua trasformazione, dentro un sistema economico sempre più digitalizzato e frammentato.
Per quanto riguarda il terrorismo, il documento evidenzia una distinzione netta tra i diversi fenomeni. Nel terrorismo domestico non emergono evidenze di finanziamenti esterni strutturati, mentre nel terrorismo internazionale non jihadista non si rilevano schemi organizzati significativi.

Il quadro cambia nel caso del jihadismo, dove le fonti di finanziamento risultano invece ibride e diversificate: traffici illeciti, attività criminali locali, estorsioni, rapimenti a scopo di riscatto, donazioni provenienti da reti di sostenitori e familiari, fino all’uso improprio di enti formalmente legittimi.
Tra gli esempi riportati compare anche l’utilizzo di attività commerciali apparentemente lecite — merchandising, eventi sportivi, vendita di prodotti brandizzati — come strumenti di autofinanziamento e raccolta fondi. I flussi di denaro non seguono più un unico canale, ma si distribuiscono tra sistemi bancari tradizionali, trasferimenti informali, uso di contante, servizi non bancari, piattaforme digitali e asset virtuali, cioè criptovalute e strumenti finanziari digitali. A questo si aggiunge l’impiego di piattaforme online e sistemi di messaggistica usati non soltanto per la raccolta di fondi, ma anche per propaganda e reclutamento.

È qui che assume centralità il National Risk Assessment (NRA), la valutazione nazionale dei rischi che ogni Paese deve elaborare per identificare le vulnerabilità del proprio sistema economico e finanziario rispetto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. In Italia il documento viene predisposto dal Comitato di sicurezza finanziaria e serve a individuare i settori più esposti e a orientare le politiche di prevenzione.

Nella sintesi del NRA viene evidenziato come sul territorio nazionale possano operare soggetti che, pur avendo natura lecita, risultano vulnerabili a forme di abuso. Il riferimento riguarda associazioni culturali, centri di cultura religiosa, fondazioni per la creazione di moschee e altre realtà impegnate in attività di sostegno. In alcuni casi, tali strutture potrebbero essere utilizzate per la diffusione di propaganda jihadista e per attività di reclutamento.

Vengono inoltre richiamati gli enti non profit con operatività transnazionale, che raccolgono fondi in Italia per finalità dichiarate di natura umanitaria ma che possono trasferire risorse verso aree in cui operano organizzazioni terroristiche, dove una parte dei flussi rischia di essere deviata da soggetti presenti nei territori di destinazione, rendendo estremamente complesso il tracciamento finale del denaro.
Emerge anche la dimensione del cosiddetto micro-finanziamento: somme relativamente contenute che però, inserite dentro reti più ampie, assumono un peso rilevante. Questi flussi possono transitare attraverso money transfer, carte prepagate, asset virtuali e sistemi informali come la hawala, un tradizionale sistema di trasferimento di denaro basato su intermediari informali, molto diffuso in alcune aree del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa e ancora oggi difficile da monitorare in modo uniforme a livello internazionale.

Le Segnalazioni di Operazioni Sospette (SOS) raccolte dalla UIF mostrano un andamento in riduzione dopo il picco del 2021, quando erano state registrate 580 segnalazioni, per poi stabilizzarsi negli anni successivi: 342 nel 2022, 297 nel 2023, 340 nel 2024 e 310 nel 2025. Il finanziamento del terrorismo rappresenta una quota minima del totale delle segnalazioni, ma conserva una rilevanza operativa altissima proprio perché spesso riguarda schemi frammentati, soggetti isolati e micro-flussi difficili da intercettare.

Un caso investigativo particolarmente significativo riguarda la rete di finanziamento jihadista individuata tra il 2016 e il 2020. L’indagine nacque dall’analisi di segnalazioni sospette relative a una cellula riconducibile ad al-Qaeda attiva in Sardegna. Da lì le autorità riuscirono a ricostruire una rete articolata di soggetti operanti tra la Sardegna e l’area del Lago di Como.

L’analisi evidenziò collegamenti con attività apparentemente lecite, come concessionarie automobilistiche, e con circuiti criminali legati al traffico di migranti. Attraverso queste strutture ibride i flussi finanziari venivano trasferiti, anche passando attraverso giurisdizioni di Paesi terzi, verso l’area siriana. L’attività investigativa della Guardia di Finanza, svolta con tecniche sotto copertura e con il supporto di Europol e delle autorità svedesi, ha consentito di ricostruire circa trenta soggetti coinvolti. Il procedimento si è concluso nel 2020 e ha portato, nel 2024, a condanne definitive per finanziamento del terrorismo nei confronti di tre persone, con pene fino a otto anni di reclusione.

A livello internazionale il quadro viene ulteriormente completato dalle valutazioni del FATF/GAFI, l’organismo che definisce gli standard globali contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Nel rapporto pubblicato nell’aprile 2026, il GAFI ha riconosciuto i progressi compiuti dall’Italia nel rafforzamento del sistema antiriciclaggio e antiterrorismo, ma ha anche sottolineato la necessità di migliorare l’efficacia dell’azione repressiva, soprattutto nei casi di minore entità. Ed è proprio lì che si annida il problema: nei piccoli trasferimenti, nelle somme apparentemente irrilevanti, nelle operazioni che singolarmente sembrano innocue e che soltanto una visione d’insieme permette di collegare.