Di fronte all’aumento esponenziale dell’antisemitismo, sempre più ebrei francesi cercano rifugio in luoghi ritenuti più sicuri. Accanto a chi sceglie di lasciare definitivamente il Paese per fare aliyah ed emigrare in Israele, emerge un fenomeno ancora poco osservato: quello di chi non vuole rinunciare alla Francia, ma decide di trasferirsi in un’altra regione per allontanarsi da un clima di ostilità e ritrovare serenità. Alla base di queste partenze c’è un forte senso di insicurezza, legato all’aumento degli atti antisemiti, in particolare nei grandi centri urbani.
Léah* ha lasciato Parigi con il marito e i due figli, di cinque e tre anni, per raggiungere i genitori trasferitisi nel sud della Francia. «A Parigi i bambini frequentavano una scuola ebraica, ma vivevamo nella paura che potesse ripetersi una tragedia come quella di Ozar Hatorah. Qui è ancora possibile conciliare una vita ebraica relativamente tranquilla».
Anche Marc, 58 anni, parigino e profondamente legato alla sua città, ha deciso di partire. A preoccuparlo è l’ascesa di una parte dell’estrema sinistra francese, che il filosofo Raphaël Enthoven ha definito «appassionatamente antisemita». «Già dopo le presidenziali del 2017 e del 2022, con l’affermazione del partito di Jean-Luc Mélenchon, avevo iniziato a interrogarmi sul mio futuro. Dopo le legislative anticipate del 2024, quando il mio collegio ha votato in massa per La France Insoumise, e le recenti comunali di Parigi, ho deciso di lasciare la capitale e trasferirmi a Nizza. L’unico timore è che, se la sinistra radicale dovesse arrivare al potere nel 2027, tutto questo sarà stato inutile».
Albert*, oltre settant’anni, originario della Costa Azzurra, ha invece venduto casa per trasferirsi in Corsica. «Nel corso della storia, i corsi hanno sempre saputo proteggere gli ebrei. Lì mi sentirò meglio».
Con circa 500 mila ebrei, la Francia ospita la seconda comunità ebraica della diaspora dopo gli Stati Uniti ed è uno dei Paesi dove l’antisemitismo dopo il 7 ottobre ha assunto le forme più violente. Alla fine del 2025, l’Agenzia Ebraica segnalava un aumento del 45% dell’Aliyah dalla Francia verso Israele, il dato più alto dell’Europa occidentale.
È invece impossibile quantificare gli ebrei che scelgono di trasferirsi all’interno del Paese: in Francia le statistiche su base etnica o religiosa sono vietate per legge, anche per il peso della memoria delle liste compilate dal regime di Vichy, che portarono alla deportazione di oltre 75 mila ebrei.
Se oggi l’espressione «felice come un ebreo in Francia» suona amaramente ironica, per diversi secoli gli ebrei francesi hanno vissuto una condizione relativamente privilegiata rispetto ai loro correligionari nella maggior parte d’Europa, alimentando un forte sentimento di appartenenza.
Una chiave di lettura risiede anche nella composizione della comunità ebraica francese, composta per oltre il 60% da ebrei sefarditi. Gli ebrei originari dell’Algeria, in particolare, sono profondamente legati alla Francia, alla sua cultura e ai suoi valori. Un legame nato dal decreto Crémieux del 1870, che concesse loro la cittadinanza francese.
I sefarditi portano però anche il trauma dell’Akira, cioè dello sradicamento degli ebrei dal Maghreb negli anni Cinquanta e Sessanta. Se alcuni prepararono la partenza verso la Francia o Israele, molti altri, soprattutto gli ebrei d’Algeria, furono costretti a scegliere tra «la valigia e la bara», abbandonando tutto da un giorno all’altro.
I loro figli e nipoti sono determinati a non rivivere la stessa esperienza.
*I nomi sono stati modificati.