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Alma Hernandez, la sionista che sfida la svolta anti-Israele dei Democratici

La sua vittoria riporta in primo piano la frattura nel Partito democratico americano sul rapporto con Israele, mentre cresce l’ostilità dell’ala progressista

Antonio Donno

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Alma Hernandez, la sionista che sfida la svolta anti-Israele dei Democratici

La vittoria di Alma Hernandez, sionista convinta nelle file del Partito democratico, ripropone una questione di lunga data: il continuo oscillare del partito tra posizioni filo-israeliane e posizioni anti-israeliane. Se storicamente il Partito democratico aveva sostenuto la nascita e il riconoscimento dello Stato ebraico, con il trascorrere degli anni aveva assunto critiche sempre più dure verso un Paese accusato di contrastare con la forza le rivendicazioni palestinesi, considerate legittime da settori sempre più ampi del partito. In realtà, dopo la fondazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, gli Stati arabi confinanti e le forze arabe palestinesi tentarono di cancellare la presenza di uno Stato degli ebrei dal Medio Oriente, rifiutando la nascita di uno Stato ebraico in quella parte della Palestina mandataria.

A partire dalla guerra del 1948-49, vinta dal neonato Stato di Israele, lo Stato ebraico ha dovuto difendersi continuamente dai tentativi arabi di distruggerlo e mettere in discussione la sua stessa esistenza. La guerra del 1967 ha rappresentato il momento più difficile per Israele, che si difese con le unghie e con i denti, anche parzialmente al di là dei propri confini per ragioni di sicurezza, e per questo motivo accusato dagli antisemiti di professione di eccedere al fine di rafforzarsi come potenza imperialista nel cuore della regione. A questa falsa accusa Martin Luther King così replicò: «Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente “antisionista”. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei […]. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio».

Le parole di Martin Luther King sono incontestabili e ancora oggi sono la migliore definizione dell’onda antisemita diffusa nell’opinione pubblica mondiale e soprattutto nelle organizzazioni internazionali, che si fanno portavoce di un atteggiamento così critico nei confronti di Israele da alimentare, appunto, un antisemitismo che si riveste di antisionismo, cioè in buona sostanza di negazione dell’esistenza stessa di una patria ebraica nella sua antica terra, Eretz Israel. Oggi, accanto alla destra tradizionale, è soprattutto una parte della sinistra progressista ad assumere posizioni sempre più ostili allo Stato ebraico, trascurando una realtà storica difficilmente contestabile. Dalla nascita di Israele, nel 1948, lo Stato ebraico è stato costretto a difendere la propria esistenza dal nemico arabo, con diversi Stati arabi sostenuti politicamente e militarmente dall’Unione Sovietica, mentre in alcuni ambienti occidentali il sionismo socialista di Ben-Gurion suscitava diffidenze per i suoi rapporti con il mondo socialista.

L’intreccio di questi atteggiamenti ha alimentato una sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo che ha rafforzato di giorno in giorno il contrasto arabo nei confronti di Israele, alimentato dall’opposizione dell’Unione Sovietica e della Cina, che arrivarono a considerare Israele una pedina avanzata dell’egemonia americana in Medio Oriente, una regione nella quale l’Unione Sovietica cercò di ampliare la propria influenza durante la guerra fredda. Oggi l’antisemitismo è sempre pronto a riaccendersi – e i fatti recenti lo confermano – anche se Israele non demorde nel difendersi, colpendo duramente Hamas e Hezbollah dopo il massacro del 7 ottobre 2023.