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Arizona, la democratica sionista Alma Hernandez batte il candidato anti-Israele

La deputata ebrea conquista il 54 per cento nel distretto di Tucson dopo una campagna segnata da accuse di antisemitismo. «Continuerò a essere me stessa senza chiedere scusa»

Rosa Davanzo

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Arizona, la democratica sionista Alma Hernandez batte il candidato anti-Israele

Alma Hernandez, democratica ebrea che si definisce apertamente una «sionista orgogliosa», ha vinto le primarie per il Senato dell’Arizona nel ventesimo distretto, nell’area di Tucson, sconfiggendo Rocky Perez, ex consigliere comunale sostenuto dall’ala progressista del partito. Un risultato che assume un significato politico particolare dopo una campagna nella quale il sostegno della candidata a Israele era diventato uno dei principali argomenti utilizzati contro di lei.

Hernandez, 33 anni, già componente della Camera dei rappresentanti dell’Arizona, ha ottenuto circa il 54 per cento dei voti, superando Perez di otto punti. In un distretto nettamente democratico, la vittoria nelle primarie la rende ora favorita per le elezioni generali di novembre e dovrebbe consentirle di passare dalla Camera al Senato dello Stato.

Lo scontro è andato ben oltre le consuete divisioni interne al Partito democratico. Perez ha accusato ripetutamente Hernandez di essere condizionata da interessi stranieri e l’ha definita una «facilitatrice del genocidio» per le sue posizioni sulla guerra a Gaza. In una richiesta di finanziamenti rivolta ai sostenitori, aveva chiesto contributi di cinque dollari per «sconfiggere una sionista». Aveva inoltre sostenuto che la rivale fosse finanziata dall’American Israel Public Affairs Committee, AIPAC, sebbene l’organizzazione pro-Israele non intervenga nel finanziamento delle competizioni elettorali a livello statale.

Questi attacchi hanno provocato la reazione di esponenti della comunità ebraica dell’Arizona meridionale, secondo i quali la campagna contro Hernandez aveva oltrepassato il confine della critica politica ricorrendo a stereotipi antisemiti, in particolare attraverso l’insinuazione che una candidata ebrea fosse al servizio di interessi stranieri.

Il Jewish Community Resilience Center of Southern Arizona aveva scritto ai dirigenti democratici locali denunciando quello che definiva un ricorso ripetuto all’immagine classica dell’ebreo come agente di Israele. Le proteste, tuttavia, non hanno indotto i principali sostenitori di Perez a ritirare il proprio appoggio. Tra questi figurava anche la sindaca democratica di Tucson, Regina Romero.

Hernandez ha costruito negli anni un profilo decisamente inconsueto nel panorama democratico americano. Di origini messicano-ebraiche, è da tempo una sostenitrice dichiarata di Israele, che ha visitato più volte, e ha collaborato con esponenti repubblicani su alcune questioni, attirandosi le critiche dell’ala più progressista del suo partito. Ha inoltre promosso iniziative legislative contro l’antisemitismo e difeso pubblicamente il sionismo anche dopo il 7 ottobre, quando una parte crescente della sinistra americana ha assunto posizioni fortemente ostili allo Stato ebraico.
Dopo la vittoria, Hernandez ha interpretato il risultato come un rifiuto della strategia adottata dai suoi avversari. Gli elettori, ha dichiarato, «hanno respinto l’antisemitismo e l’agenda dei Democratic Socialists», premiando una campagna condotta attraverso il contatto diretto con le persone anziché attraverso «i social media, l’indignazione online e il sostegno degli amici».

«Condurre una campagna concentrata sull’attacco a una rappresentante pubblica ebrea e trasformare il termine genocidio nel tema principale non è un messaggio vincente in Arizona», ha aggiunto. Hernandez ha anche sottolineato di non essere stata la candidata dell’establishment democratico. «Abbiamo vinto perché siamo rimasti autentici, abbiamo lavorato duramente e ci siamo concentrati sui risultati. Continuerò a essere me stessa senza chiedere scusa».

Il voto dell’Arizona offre un’indicazione diversa rispetto alle recenti affermazioni di candidati della sinistra progressista nelle primarie democratiche di altri Stati, tra cui New York e Colorado. Nella stessa tornata elettorale, il deputato democratico Greg Stanton ha ottenuto il 62 per cento sconfiggendo Kai Newkirk, che aveva fatto dell’opposizione al sostegno americano a Israele uno dei temi della propria campagna.

Due risultati locali che difficilmente possono essere trasformati in una tendenza nazionale, ma che mostrano come la battaglia interna ai Democratici sul rapporto con Israele sia ancora aperta. In Arizona, almeno questa volta, presentare il sionismo di una candidata ebrea come una colpa da farle pagare alle urne non ha funzionato.