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⌥ La buona educazione del disprezzo

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Il cardinale Pizzaballa ha parlato di “cultura del disprezzo”. Definizione impeccabile. Perché il problema, ormai, non sono più soltanto gli esagitati da corteo o i fanatici da tastiera. Quelli almeno hanno la rozzezza dell’urlo. Oggi il disprezzo si è fatto educato, colto, persino raffinato.

Lo incontri nei festival letterari, nelle università, nei teatri, nei giornali che improvvisamente scoprono il coraggio morale sempre nella stessa direzione e sempre contro lo stesso bersaglio. Lo incontri nei dibattiti dove tutti premettono di “non avere nulla contro gli ebrei” prima di spiegare che però Israele è il male assoluto del pianeta, la fonte universale della barbarie, l’unico Stato la cui esistenza va continuamente giustificata come un imputato davanti al tribunale della buona coscienza occidentale.

È il disprezzo ben vestito, quello che non sporca le mani ma sporca le parole. Quello che trasforma ogni ebreo in un sospetto morale e ogni israeliano in una caricatura. Quello che si indigna a comando, seleziona i morti, pesa il dolore col bilancino ideologico e poi si guarda allo specchio soddisfatto della propria superiorità etica.

Una volta certi pregiudizi li si bisbigliava. Adesso si applaudono nei convegni, ma naturalmente con il dovuto garbo. Con la buona educazione del disprezzo.


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