La flotilla è tornata. Anzi no: il format flotilla è tornato. Cambiano le bandiere, gli equipaggi e gli hashtag, ma il copione resta identico con la solidità artistica di una fiction di seconda serata. Si parte annunciando al mondo la missione umanitaria, si filma tutto prima ancora che accada, si preparano i video per l’eventuale arresto, si sale a bordo con parlamentari, influencer morali, attivisti professionali, velisti dell’indignazione e passeggeri del bene assoluto. Poi si aspetta Israele. Che puntualmente arriva. E così lo spettacolo può finalmente cominciare.
La cosa più impressionante non è nemmeno il dilettantismo politico di queste operazioni. È la loro estetica. Siamo passati dal rivoluzionario con l’eski, o al rivoluzionario con lo smartphone impermeabile. Dai guerriglieri ai content creator. Ogni abbordaggio produce dirette social, fotografie drammatiche, appelli internazionali, dichiarazioni vibranti della solita compagnia del coretto permanente. Mancano solo i punti MilleMiglia.
E così il Mediterraneo si riempie di crociere rivoluzionarie dove il vero carburante non sono gli aiuti umanitari ma il narcisismo politico di un Occidente esausto, che ha bisogno disperato di fingersi eroico senza correre rischi veri. Un tempo si partiva per cambiare il mondo. Oggi basta un selfie in coperta, un paio di slogan e la sensazione calda di appartenere alla parte giusta dell’umanità. Anche solo per un weekend.
Bidoni della spazzatura
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