Éric Zemmour vuole vietare la kippah nello spazio pubblico francese. Il presidente di Reconquête, che ha annunciato la propria candidatura alle elezioni presidenziali del 2027, lo ha detto senza esitazioni durante un’intervista a BFMTV, estendendo esplicitamente alla kippah il divieto che da tempo propone per il velo islamico. Alla domanda se la misura dovesse riguardare anche il copricapo ebraico, la risposta è stata netta. «Nello spazio pubblico, sì».
La posizione assume un significato particolare perché Zemmour, 68 anni, è ebreo, nato in Francia da una famiglia proveniente dall’Algeria. Per spiegare la propria concezione della laicità ha ricordato che, quando era bambino, i genitori gli chiedevano di togliersi la kippah appena uscito dalla sinagoga. Era, secondo lui, un modo di vivere quella discrezione religiosa che considera parte dello spirito della République e che oggi vorrebbe trasformare in una regola applicabile all’intero spazio pubblico.
Il passaggio più controverso del ragionamento arriva subito dopo. Zemmour sostiene infatti che gli ebrei francesi abbiano già quasi rinunciato a indossare la kippah per strada, soprattutto per il timore di aggressioni antisemite. Da questa constatazione, che richiama un problema reale e doloroso della Francia contemporanea, il leader di Reconquête trae però una conseguenza politica assai più ampia, inserendo la kippah nello stesso progetto di interdizione dei simboli religiosi che ha al centro il velo islamico.
La legislazione francese attuale è diversa. La laicità impone particolari obblighi di neutralità allo Stato e ai suoi agenti e limita l’ostentazione di simboli religiosi in determinati ambiti, a cominciare dalla scuola pubblica, mentre nello spazio pubblico generale la legge vieta gli indumenti destinati a nascondere il volto. Un semplice foulard che lasci il viso identificabile è consentito; lo stesso vale, evidentemente, per la kippah. Trasformare la proposta di Zemmour in legge richiederebbe dunque un cambiamento profondo dell’attuale equilibrio giuridico tra laicità e libertà religiosa.
La sortita arriva mentre la Francia comincia a entrare nella lunga campagna per l’Eliseo del 2027. Zemmour ha confermato che correrà nuovamente per la presidenza, dopo il 7,07 per cento ottenuto al primo turno nel 2022. Reconquête cerca così di recuperare spazio alla destra del Rassemblement national puntando ancora sui temi che hanno caratterizzato l’ascesa politica del suo fondatore, dall’immigrazione all’identità nazionale, dal rapporto con l’islam alla sicurezza.
Nella stessa intervista Zemmour ha rilanciato proposte molto severe sull’immigrazione, tra cui l’espulsione degli stranieri condannati per reati, degli irregolari e di quanti vivano esclusivamente di sussidi sociali. Ha inoltre ipotizzato che uno straniero legalmente residente possa essere obbligato a lasciare la Francia dopo un lungo periodo di disoccupazione e ha sostenuto che robotizzazione e intelligenza artificiale potrebbero ridurre in futuro il ricorso alla manodopera immigrata.
Il caso della kippah, tuttavia, apre una questione che va oltre la prossima campagna elettorale. In una Francia nella quale la sicurezza degli ebrei è da anni un tema sensibile, l’idea che la risposta alla paura di mostrare pubblicamente la propria identità religiosa possa diventare un divieto imposto dallo Stato promette di alimentare uno scontro politico e giuridico molto duro.
Ed è precisamente su questo terreno che Zemmour sembra intenzionato a costruire una parte della sua nuova corsa all’Eliseo. La laicità, nella sua proposta, acquista un significato molto più esteso rispetto a quello previsto oggi dalla legge francese e investe direttamente la visibilità delle appartenenze religiose nella vita quotidiana. La kippah, simbolo minuscolo e insieme immediatamente riconoscibile, finisce così al centro di una delle battaglie identitarie che accompagneranno la Francia verso il 2027.