A pochi giorni dall’apertura della Mostra del Cinema, Gaza torna al Lido e questa volta l’obiettivo dichiarato va ben oltre un gesto simbolico. Oltre duecento artisti, registi, attori, scrittori e personalità della cultura hanno aderito al nuovo appello di Venice4Palestine, il collettivo nato lo scorso anno nell’ambiente cinematografico italiano, chiedendo alla Biennale e alla Mostra di Venezia di adottare «azioni concrete» contro Israele e di interrompere i rapporti con enti e istituzioni riconducibili al governo israeliano.
Tra i firmatari figurano la scrittrice francese Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura nel 2022, Roger Waters, l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, l’attore Guy Pearce, le registe Céline Sciamma e Isabel Coixet e, sul versante italiano, Matteo Garrone, Marco Bellocchio, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Toni e Peppe Servillo e Fiorella Mannoia. Aderisce anche Eyal Sivan, regista israeliano da anni impegnato nelle campagne di boicottaggio contro Israele.
L’appello si intitola «Eppure Gaza continua a bruciare» e riprende l’iniziativa lanciata alla Mostra del 2025, quando Venice4Palestine raccolse migliaia di adesioni e chiese che la questione palestinese occupasse uno spazio centrale durante il festival. Quest’anno il collettivo compie un passo ulteriore e afferma esplicitamente che «l’eccezionalità del momento storico» impone di isolare Israele sul piano diplomatico, culturale ed economico.
Una delle richieste più visibili riguarda la bandiera palestinese. Venice4Palestine vuole che venga esposta per tutta la durata della Mostra accanto a quelle dei Paesi rappresentati dai film della selezione ufficiale. A Venezia saranno presentate due opere palestinesi, «Al Mowaten Osama» di Ahmed Hassouna e «Hiwar ma’ albahr» di Muayad Alayan, e il collettivo sostiene che la presenza della bandiera debba accompagnarne ufficialmente la partecipazione.
Il documento entra però in un terreno assai più politico quando affronta i rapporti fra il mondo culturale internazionale e Israele. Ai professionisti del cinema viene chiesto di verificare finanziamenti, collaborazioni e accordi che possano coinvolgere istituzioni legate al governo israeliano e di interrompere quelli ritenuti incompatibili con le finalità dell’appello. Venice4Palestine rivendica apertamente il boicottaggio come strumento di pressione, sostenendo che debba rivolgersi alle istituzioni e ai meccanismi considerati complici delle politiche israeliane.
È una linea che il collettivo segue ormai da un anno. Dopo la precedente edizione della Mostra ha promosso iniziative contro il Festival del Cinema Italiano in Israele, ha organizzato incontri dedicati al boicottaggio culturale e ha sostenuto campagne vicine al movimento BDS. Lo scorso anno aveva inoltre chiesto alla Biennale di ritirare gli inviti a Gal Gadot e Gerard Butler per le loro posizioni pubbliche a sostegno di Israele.
Nel nuovo appello il 7 ottobre e il massacro compiuto da Hamas praticamente scompaiono dal quadro politico proposto ai firmatari. Al centro resta l’accusa di «genocidio» rivolta a Israele e la convinzione che il mondo della cultura abbia il dovere di trasformare la solidarietà con i palestinesi in pressione politica. Secondo Venice4Palestine, le manifestazioni di dolore e indignazione espresse nell’ultimo anno non sono più sufficienti e devono lasciare spazio a iniziative capaci di produrre conseguenze concrete.
La campagna proseguirà durante la Mostra, in programma dal 2 al 12 settembre. L’8 settembre, alle 17.30, Venice4Palestine terrà alla Casa degli Autori del Lido un incontro dedicato agli strumenti politici e giuridici attraverso i quali il settore cinematografico potrebbe sottrarsi a quella che gli organizzatori definiscono la «normalizzazione» delle politiche israeliane. Al panel parteciperanno esponenti e attivisti collegati, tra gli altri, al BDS, alla Global SumudFlotilla e ad altre organizzazioni impegnate nella campagna contro Israele.
Venezia si prepara così a diventare ancora una volta uno dei luoghi nei quali il conflitto mediorientale viene trasferito sul terreno della cultura. La discussione ormai riguarda direttamente il confine fra protesta politica e boicottaggio culturale. Chiedere solidarietà per i palestinesi è una cosa; costruire un sistema nel quale istituzioni, collaborazioni e presenze israeliane debbano essere sottoposte a un esame preventivo di accettabilità politica ne rappresenta un’altra.
È precisamente su questo terreno che si giocherà la polemica dei prossimi giorni. Il tappeto rosso della Mostra non è ancora stato steso e il confronto su chi debba poterlo attraversare senza essere chiamato a rispondere delle decisioni di un governo è già cominciato.