Il nuovo ristorante parigino di Assaf Granit, uno degli chef israeliani più conosciuti in Europa, deve ancora aprire le porte e già si trova al centro di una campagna di boicottaggio e intimidazione sui social. Dagim, questo il nome del locale dedicato soprattutto al pesce e ai prodotti del mare, è diventato un bersaglio per gruppi e attivisti filopalestinesi che accusano Granit per il suo servizio come riservista dell’esercito israeliano durante la guerra a Gaza.
Il ristorante sorgerà al 100 di avenue du Président-Kennedy, nel XVI arrondissement, sopra il Ken Club, con un giardino e una terrazza affacciata sulla Senna e sulla Torre Eiffel. Granit lo aprirà insieme allo chef israeliano Tomer Lanzman. L’inaugurazione era stata inizialmente annunciata per la primavera del 2026, ma il progetto ha subito ritardi.
Nelle campagne che stanno circolando in rete Granit viene presentato come un soldato israeliano che avrebbe partecipato al «genocidio a Gaza», formula con la quale gli attivisti accompagnano gli inviti a boicottare Dagim. Il dato accertato è che lo chef, dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, tornò immediatamente in Israele e prestò servizio nella riserva come soccorritore. Aveva già svolto il servizio militare e, dopo essere stato inizialmente destinato ai paracadutisti, era stato assegnato a mansioni sanitarie in seguito a un infortunio.
A 48 anni, Granit è da tempo una figura di primo piano della ristorazione israeliana internazionale. Nato e cresciuto a Gerusalemme, ha costruito con i suoi soci una rete di locali che si estende da Israele a Parigi, Londra e Berlino. Shabour, aperto nella capitale francese nel 2019, ha conquistato nel 2021 una stella Michelin, la prima assegnata in Francia a un ristorante guidato da uno chef israeliano, e l’ha conservata negli anni successivi. A Parigi il gruppo gestisce anche altre insegne, tra cui Kapara, Boubalé e Tekés.
L’identità israeliana dei suoi ristoranti è dichiarata apertamente. Granit ha spiegato più volte di considerarli una sorta di ambasciata culturale, luoghi nei quali portare all’estero i sapori, la musica e soprattutto la Gerusalemme nella quale è cresciuto. Una scelta diventata più impegnativa dopo il 7 ottobre. In passato ha raccontato di clienti che hanno abbandonato un suo locale parigino dopo aver scoperto che era israeliano e di scritte «Free Palestine» comparse nel ristorante Berta di Berlino. Nei primi mesi della guerra il gruppo aveva anche assunto servizi di sicurezza per proteggere il personale delle sedi europee.
Il riconoscimento pubblico ricevuto in Israele ha contribuito ad accrescere la sua esposizione. Nell’aprile scorso Granit è stato scelto per accendere una delle torce durante la cerimonia ufficiale per il 78° anniversario dell’Indipendenza di Israele sul monte Herzl, a Gerusalemme, un onore riservato ogni anno a personalità considerate rappresentative della società israeliana. Nel suo intervento aveva ricordato la città dove è nato come il luogo che gli ha insegnato a mettere insieme Oriente e Occidente, religiosi e laici.
Quanto sta accadendo intorno a Dagim ha inoltre un precedente recente e pesante. A Berlino Gila & Nancy, il locale dello chef israeliano Eyal Shani e del ristoratore Shahar Segal, ha chiuso definitivamente nell’aprile scorso dopo mesi di proteste, minacce e intimidazioni. L’apertura, già rinviata più volte, era avvenuta nel settembre 2025 con la protezione della polizia. Shani aveva denunciato minacce di morte contro di lui e i dipendenti, scritte nei dintorni del locale e continue manifestazioni davanti all’ingresso.
Granit, finora, ha scelto la strada opposta alla ritirata. Durante questi anni ha continuato ad aprire locali e a rivendicarne pubblicamente l’identità, sostenendo che proprio la crescente ostilità renda ancora più importante la presenza della cucina israeliana nelle grandi città europee. Dagim rappresenta quindi qualcosa di più di una nuova scommessa imprenditoriale. Prima ancora che dai piatti, il suo destino rischia di dipendere dalla possibilità, nella Parigi del 2026, per uno chef israeliano di aprire un ristorante senza dover rispondere della politica del proprio Paese e senza diventare, per il solo fatto di avere indossato l’uniforme, il bersaglio di una campagna organizzata di intimidazione.