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Il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza e le ragioni che nessuno vuole vedere

Il quotidiano cattolico Avvenire riapre l’ignobile campagna antisionista e si fa ancora una volta megafono della propaganda dell’Islam radicale, omettendo come vivono da vent’anni i bambini di Gaza sotto il regime di Hamas

Alessandro Bertani

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Il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza e le ragioni che nessuno vuole vedere

La proposta di candidare i bambini di Gaza al Nobel per la Pace, rilanciata il 9 agosto dal prof. Eugenio Mazzarella su Avvenire e che ha raccolto l’adesione convinta dei principali leader dello schieramento progressista, è una scelta oggettivamente irricevibile e le critiche che ne sono scaturite erano prevedibili, anche per gli stessi promotori. Non solo perché la selettività della proposta è talmente evidente che sarebbe stato difficile aspettarsi che passasse inosservata, ma anche perché piega i drammi dell’infanzia a una retorica antisionista,tanto logora quanto deprecabile, soprattutto quando si parla dei più piccoli. Una provocazione ideologica, la definirei, ma anche una scelta singolare per un quotidiano cattolico, che sembra smarrire il senso dell’universalità della pax christiana e distinguere tra vittime di serie A e vittime di serie B.

Ciononostante, è possibile – e, per quanto mi riguarda, anche doveroso – discutere della condizione dei bambini di Gaza. Ma occorre farlo in modo intellettualmente onesto, guardando in faccia la realtà, senza preconcetti ideologici.

Criteri che, di certo, non si ritrovano nelle ragioni poste alla base dell’appello del prof. Mazzarella, né in quelle del suo successivo intervento pubblicato il 12 agosto, sempre su Avvenire, con cui ha riconosciuto che esistono anche i drammi dei bambini israeliani, ucraini, iraniani e sudanesi (e ve ne sarebbero tanti altri che nemmeno ha menzionato), ma ha continuato a fare di Gaza il simbolo per eccellenza delle sofferenze dell’infanzia nel mondo. Un tentativo tardivo di correggere il tiro, che non ha cambiato la sostanza di un’iniziativa nata e rimasta di parte.
Se, dunque, vogliamo parlare dei bambini di Gaza, cominciamo da ciò che questa narrazione omette di dire.

Ricordiamo, anzitutto, che questi bambini hanno vissuto per quasi vent’anni sotto il regime sanguinario di Hamas, che ancora oggi, nonostante il processo di pace, non ha deposto le armi né rinunciato al proprio potere coercitivo. Hanno conosciuto solo il volto della repressione e della violenza, delle persecuzioni, delle torture, dei processi sommari e delle esecuzioni nelle pubbliche piazze.

Ricordiamo che sono cresciuti in una società completamente permeata dall’estremismo islamista, che ha raccolto consensi e complicità ovunque, dagli insegnanti agli educatori fino, spesso, ai loro stessi familiari.

Ricordiamo che sono costretti a vivere sopra chilometri di tunnel costruiti da Hamas allo scopo di accumulare arsenali, muovere combattenti, organizzare attentati terroristici e realizzare rifugi sicuri in caso di guerra. Rifugi che sono riservati ai miliziani, non alla popolazione civile, usata come scudo umano. Non c’è una vittima innocente a Gaza che non pesi sulla coscienza dell’organizzazione islamista: una realtà che i salotti buoni pro-pal si ostinano a rimuovere, perché a costoro dei bambini gazawi importa evidentemente solo quando possono essere considerati vittime di Israele.

I bambini contano sempre. E ricordiamoci che è Hamas – non Israele – ad aver rubato loro l’infanzia, privandoli di ciò che dovrebbe spettare di diritto a ogni ragazzo: studiare, giocare, crescere liberamente, sviluppare una coscienza critica e imparare il rispetto per il prossimo. Sono, invece, vittime di un indottrinamento quotidiano, che porta alla glorificazione del “martirio” come massima aspirazione di vita e alimenta un odio incondizionato verso gli ebrei. Nei campi estivi, vengono addestrati alla jihad per ritrovarsi, appena adolescenti, pronti alla lotta armata.

Infine, spendiamo qualche parola anche per quei genitori che hanno avuto il coraggio di dissentire da Hamas. Quelli che i soliti salotti buoni fanno finta di non vedere, ma che hanno sperimentato sulla propria pelle la repressione e il fanatismo, hanno subito violenze e visto i propri figli crescere sotto quella cappa di terrore.

Tutto ciò non significa negare che Israele possa aver commesso errori, anche tragici, che, se accertati, meritano di essere sanzionati (è già avvenuto, come avviene normalmente in una democrazia).
Significa solo raccontare l’impatto che l’islamismo radicale e Hamas hanno sulla vita dei giovani di Gaza.Un lato della storia che la proposta di candidatura al Nobel per la Pace ha scelto di ignorare.

È anche per questo che l’iniziativa non può essere condivisa. Non perché le sofferenze dei gazawi contino meno, ma perché nasce proprio da una lettura distorta e parziale della condizione dei bambini della Striscia, che li trasforma nel simbolo universale delle sofferenze dell’infanzia e relega sullo sfondo tutti gli altri.

Un’operazione moralmente inaccettabile, comunque la si pensi e di qualunque bambino al mondo si parli.