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Da New York 47 ebrei iraniani fanno aliyah

Quattro famiglie della comunità ebraica di Mashhad si trasferiscono insieme a Ra’anana dopo una storia secolare di persecuzioni ed esilio

Paolo Montesi

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Da New York 47 ebrei iraniani fanno aliyah

Quarantasette ebrei americani di origine iraniana hanno lasciato New York e si sono trasferiti insieme in Israele, scegliendo Ra’anana per cominciare una nuova vita. Appartengono alla comunità degli ebrei di Mashhad, una delle più antiche e singolari della diaspora persiana, e sono arrivati la scorsa settimana con un’aliyah collettiva organizzata con l’assistenza di Nefesh B’Nefesh. Entro la fine di agosto altri 28 nuovi immigrati, appartenenti alla comunità ebraica siriana degli Stati Uniti, dovrebbero raggiungere la stessa città.

Il trasferimento assume un significato particolare per la storia delle famiglie coinvolte. La comunità ebraica di Mashhad, città santa dell’islam sciita nell’Iran nordorientale, si formò nel XVIII secolo e attraversò uno dei momenti più drammatici della propria storia nel 1839. Durante il pogrom ricordato come Allahdad, decine di ebrei furono uccisi e la comunità venne costretta a convertirsi all’islam. Per decenni molti dei convertiti continuarono però a praticare segretamente l’ebraismo, dando vita a una forma di cripto-ebraismo che sarebbe diventata un elemento decisivo della loro identità collettiva.

La progressiva emigrazione da Mashhad accelerò dopo un nuovo episodio di violenza antiebraica nel 1946. Molte famiglie si trasferirono a Teheran, altre raggiunsero Israele e gli Stati Uniti. La rivoluzione islamica del 1979 provocò infine l’uscita dall’Iran di gran parte di quanti vi erano rimasti. A New York, soprattutto a Great Neck e nel Queens, gli ebrei mashhadi hanno costruito negli anni una comunità prospera e fortemente coesa, conservando legami familiari, tradizioni religiose e una memoria comune che gli studiosi hanno indicato come uno dei suoi tratti distintivi.

Proprio questa coesione spiega la particolarità dell’aliyah appena avvenuta. Le famiglie hanno preparato insieme il trasferimento, compiendo anche un viaggio esplorativo in Israele per scegliere dove stabilirsi. Alla fine ha prevalso Ra’anana, città del distretto Centrale che ospita una consistente popolazione di origine anglosassone e offre ai nuovi arrivati la possibilità di inserirsi in un ambiente israeliano mantenendo una rete comunitaria capace di accompagnare soprattutto i bambini nei primi mesi.

La decisione era maturata da tempo, anche se il 7 ottobre e gli anni di guerra hanno accelerato un processo già in corso. Jordan Carmeli, arrivato con la moglie e sei figli, ha spiegato di avere avvertito sempre più profondamente la contraddizione tra la vita tranquilla a New York e quanto stava accadendo agli israeliani. Ariel Delmani, 33 anni, che in passato aveva già servito per quattordici mesi nell’esercito israeliano come soldato senza famiglia nel Paese, ha raccontato invece di avere sempre considerato Israele il luogo nel quale avrebbe voluto crescere i propri figli.

La scelta acquista ulteriore rilievo perché avviene mentre Israele affronta anche il problema opposto, quello dell’emigrazione di una parte dei suoi cittadini dopo anni di guerra e instabilità. Queste famiglie hanno deciso di compiere il viaggio inverso, lasciando una delle comunità ebraiche più ricche e organizzate degli Stati Uniti per trasferirsi in un Paese che continua a confrontarsi con difficoltà economiche e problemi di sicurezza. Nessuno dei nuovi arrivati nasconde le incognite. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il lavoro, l’integrazione dei figli e l’adattamento a una società molto diversa da quella americana.

Il progetto collettivo serve anche a ridurre questi rischi. Nefesh B’Nefesh, che accompagna l’immigrazione dal Nord America, insiste da tempo sull’importanza delle reti sociali nella fase successiva all’arrivo, quando occorre affrontare questioni che vanno dai documenti all’assistenza sanitaria, dalla scuola alla ricerca di un’occupazione.
Nel caso dei mashhadi, tuttavia, il trasferimento porta con sé qualcosa che supera le difficoltà pratiche dell’immigrazione. È l’ennesima tappa di una comunità che ha attraversato persecuzioni, conversioni forzate, clandestinità religiosa e migrazioni successive riuscendo a conservare una fortissima identità ebraica.

Tra i nuovi israeliani rimane persino un desiderio che oggi può sembrare remoto. Un giorno, ha raccontato Carmeli, vorrebbe poter prendere un aereo all’aeroporto Ben Gurion e atterrare direttamente a Teheran, per vedere i luoghi nei quali sono cresciuti i suoi genitori. Dentro quella speranza si riassume forse l’intero percorso di queste famiglie, che hanno lasciato l’Iran, costruito una nuova esistenza in America e ora scelto Israele come destinazione definitiva.