Una sentenza della Corte Suprema del New South Wales apre in Australia uno scontro giudiziario sulla definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Il giudice Desmond Fagan ha definito la formulazione dell’IHRA «prolissa e imprecisa» e «distaccata dalla realtà dell’uso e della comprensione comune» del termine antisemitismo nel Paese, respingendone l’applicazione automatica alle manifestazioni di ostilità verso Israele.
Le considerazioni compaiono nella decisione con cui Fagan ha rigettato la richiesta del governo del New South Wales di sottoporre Mohommed Farhat, 22 anni, a un regime di sorveglianza antiterrorismo dopo la scarcerazione. Il giovane sta scontando una condanna a venti mesi per una serie di atti vandalici compiuti nella zona orientale di Sydney alla fine del 2024, durante i quali furono danneggiati edifici e automobili, un veicolo venne incendiato e comparvero scritte come «Fuk Israel» e riferimenti al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, classificato in Australia come organizzazione terroristica.
Il caso aveva assunto fin dall’inizio una forte connotazione legata all’antisemitismo, anche perché gli episodi erano avvenuti in quartieri con una significativa presenza ebraica. Fagan ha però concluso che gli elementi disponibili indicavano per Farhat una motivazione economica più che ideologica. Secondo quanto emerso durante il procedimento, il giovane aveva raccontato alla polizia di essere stato reclutato attraverso Signal e di avere ricevuto la promessa di 4.000 dollari australiani per compiere gli atti. Gli investigatori avevano considerato credibile quella versione e un versamento di 2.000 dollari sul suo conto, insieme ad altri elementi, la sosteneva. Informazioni importanti che, secondo il giudice, non erano state adeguatamente presentate durante le precedenti fasi giudiziarie.
È però sulla definizione di antisemitismo che la decisione assume un significato destinato ad andare oltre il caso Farhat. Fagan ha contestato l’uso dell’IHRA come criterio per stabilire se espressioni di ostilità verso Israele costituiscano di per sé odio antiebraico. La definizione, adottata dal governo australiano nel 2021 e sostenuta dall’inviata speciale per la lotta all’antisemitismo Jillian Segal, accompagna il proprio testo centrale con undici esempi applicativi, alcuni dei quali riguardano Israele e il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione.
Secondo Fagan, una frase come «Fuck Israel», per quanto volgare e aggressiva, può esprimere disprezzo politico verso uno Stato senza provare automaticamente ostilità contro gli ebrei in quanto ebrei. Lo stesso ragionamento viene esteso all’antisionismo. Il sionismo, ha scritto il magistrato, in quanto ideologia del nazionalismo ebraico rimane sottoposto alla discussione e alla critica politica, anche quando la maggioranza degli ebrei australiani lo considera una componente importante della propria identità.
Il passaggio più duro riguarda proprio l’IHRA. Fagan sostiene che attraverso quella formulazione si rischi di attribuire alla parola antisemitismo un significato diverso da quello consolidatosi nella lingua inglese, estendendolo a forme di protesta contro Israele che, a suo giudizio, non implicano necessariamente odio verso gli ebrei. Per sostenere la propria tesi ha citato anche i sondaggi del Pew Research Center sulla crescente opinione negativa degli australiani nei confronti di Israele, osservando che sarebbe assurdo qualificare automaticamente come antisemita una quota tanto elevata della popolazione.
La questione è particolarmente delicata in un’Australia attraversata negli ultimi anni da una forte crescita degli episodi antisemiti e da attacchi contro sinagoghe, proprietà e attività ebraiche. Proprio questa escalation ha spinto il governo federale e diverse istituzioni a rafforzare gli strumenti per riconoscere e contrastare l’odio antiebraico, attribuendo alla definizione IHRA un ruolo sempre più importante.
La sentenza Fagan introduce ora un limite giudiziario a questa impostazione. L’adozione di una definizione da parte del governo, osserva il giudice, non modifica automaticamente il significato che un termine possiede nell’ordinamento, finché il Parlamento non decide di attribuirgli attraverso una legge una specifica portata giuridica.
La decisione potrà quindi avere conseguenze che superano la sorte giudiziaria di Farhat. Il confronto australiano si sposta su un terreno molto più complesso, quello del confine tra critica di Israele, antisionismo e antisemitismo e, soprattutto, sulla possibilità che la definizione IHRA venga utilizzata come parametro nei procedimenti giudiziari. Dopo anni nei quali il dibattito si era svolto prevalentemente nelle università, nella politica e nelle organizzazioni ebraiche, in Australia la questione è arrivata direttamente davanti a un giudice. E il primo verdetto è una contestazione frontale.