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Usa. La guerra si combatte anche con le stampanti 3D

La Marina americana sperimenta la produzione di pezzi di ricambio direttamente sul campo per ridurre i tempi di riparazione e rendere più autonome le forze armate

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Usa. La guerra si combatte anche con le stampanti 3D

La prossima rivoluzione militare potrebbe non nascere da un nuovo missile o da un caccia di ultima generazione, bensì da una stampante 3D.

La Marina degli Stati Uniti ha avviato una fase avanzata di sperimentazione che punta a produrre direttamente nelle basi operative componenti di ricambio per gli aerei da combattimento, accorciando drasticamente i tempi di manutenzione e limitando la dipendenza da catene logistiche sempre più vulnerabili in caso di guerra.

Il progetto, sviluppato dal Naval Air Warfare Center Aircraft Division (NAWCAD) insieme al Fleet Readiness Center Southwest (FRCSW), riguarda inizialmente gli F/A-18E/F Super Hornet, i caccia imbarcati che costituiscono ancora oggi una delle colonne portanti delle portaerei statunitensi. L’obiettivo è semplice quanto ambizioso: sostituire settimane, talvolta mesi, di attesa per un pezzo di ricambio con poche ore necessarie a produrlo direttamente sul posto attraverso tecniche di manifattura additiva.

La sperimentazione si concentra sui pannelli esterni in materiale composito, elementi che possono danneggiarsi facilmente a causa dell’impatto con uccelli, detriti presenti sulle piste o normale usura operativa. Finora una lesione di questo tipo significava spesso immobilizzare l’aereo e attendere l’arrivo del componente da un deposito distante migliaia di chilometri. Oggi, grazie alla stampa tridimensionale, diventa possibile realizzare una parte sostitutiva o una riparazione certificata direttamente in una base avanzata oppure a bordo di una portaerei, restituendo rapidamente il velivolo alla piena operatività.

Il programma ha già superato con successo le prove di laboratorio e i test statici. La fase che si apre adesso, quella dei voli sperimentali, servirà a verificare il comportamento dei componenti stampati sotto le reali sollecitazioni aerodinamiche e operative. Soltanto dopo questa certificazione la tecnologia potrà essere adottata su larga scala.

Dietro questa scelta c’è una considerazione strategica che accomuna ormai tutte le grandi potenze. Le guerre contemporanee hanno dimostrato quanto siano fragili le catene di approvvigionamento. La pandemia prima e i conflitti degli ultimi anni poi hanno insegnato che trasportare rapidamente componenti sofisticati può diventare impossibile quando porti, aeroporti e rotte marittime vengono colpiti o bloccati. Disporre di una sorta di “fabbrica digitale” vicino alla linea del fronte significa ridurre uno dei punti deboli più evidenti delle moderne forze armate.

Gli Stati Uniti non sono gli unici a investire in questa direzione. La Cina ha già introdotto stampanti 3D mobili in alcune unità operative e su diverse navi militari, nella convinzione che un eventuale confronto nel Pacifico metterebbe immediatamente sotto pressione le linee logistiche. Anche in Europa aziende della difesa stanno sviluppando componenti metallici stampati in 3D destinati ai caccia Eurofighter Typhoon e Dassault Rafale, mentre la Nato considera ormai la manifattura additiva una delle tecnologie chiave per aumentare la resilienza delle proprie forze.

Anche Israele occupa da tempo una posizione di primo piano. L’Aeronautica israeliana e l’industria della difesa utilizzano da anni componenti stampati per la manutenzione di velivoli, droni e sistemi complessi. La possibilità di produrre rapidamente pezzi certificati rappresenta un vantaggio particolarmente prezioso per un Paese che deve mantenere un’elevata prontezza operativa e ridurre al minimo i tempi di fermo dei propri mezzi.

La scelta americana di partire proprio dal Super Hornet ha anche una motivazione industriale. Boeing sta progressivamente chiudendo la produzione di questo modello, mentre la Marina prevede di mantenerlo in servizio almeno fino agli anni Quaranta. Garantire la disponibilità dei ricambi diventerà quindi sempre più difficile e costoso. La stampa 3D offre una risposta concreta a questo problema, consentendo di prolungare la vita operativa della flotta senza dipendere esclusivamente dai magazzini centrali o dalla produzione tradizionale.

La trasformazione è soltanto agli inizi, ma la direzione appare ormai tracciata. Nel prossimo decennio una parte crescente della manutenzione militare potrebbe essere affidata a officine digitali distribuite ovunque operino le forze armate. La superiorità tecnologica passerà sempre meno dalla quantità di mezzi disponibili e sempre più dalla capacità di mantenerli in servizio, anche quando le tradizionali vie di rifornimento saranno diventate impraticabili.