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Festival di Israele 2026, la cultura riparte da Nir Oz e dai luoghi feriti dal 7 ottobre

La 65ª edizione porterà spettacoli a Gerusalemme, nel Negev occidentale e nel nord del Paese, con il debutto musicale dell’ex ostaggio Sagui Dekel-Chen e opere nate negli anni della guerra

Paolo Montesi

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Festival di Israele 2026, la cultura riparte da Nir Oz e dai luoghi feriti dal 7 ottobre

La sessantacinquesima edizione del Festival di Israele si aprirà il 28 luglio con uno spettacolo sospeso sopra la Valle di Hinnom, a Gerusalemme, e si concluderà il 20 agosto dopo tre settimane di musica, teatro, danza e arti visive distribuite anche nel Negev occidentale e nel nord del Paese. In un Israele ancora segnato dalla guerra iniziata con il massacro del 7 ottobre 2023, la manifestazione sceglie deliberatamente di uscire dai grandi centri culturali e di raggiungere le comunità che hanno pagato il prezzo più alto dell’attacco di Hamas, trasformando il festival in un momento di condivisione oltre che di produzione artistica.

L’immagine destinata a rappresentare questa edizione sarà quella di Sagui Dekel-Chen, l’ex ostaggio rapito nel kibbutz Nir Oz il 7 ottobre e liberato dopo 498 giorni di prigionia a Gaza. Per la prima volta salirà su un palco per eseguire le nove canzoni che ha composto durante la prigionia, memorizzandone parole e melodie nella mente perché non aveva alcun modo di scriverle. Il concerto si terrà proprio nel prato di Nir Oz dove è nato, è cresciuto, ha conosciuto sua moglie Mili e ha costruito la propria famiglia, lo stesso luogo che, dopo il massacro, è diventato scenario di funerali e commemorazioni.

«Non sono un cantante, sono un padre che canta», ha spiegato Dekel-Chen nella presentazione del festival, sottolineando come questo debutto non rappresenti una celebrazione né un punto d’arrivo, bensì un nuovo capitolo della sua vita. Durante l’assalto di Hamas era stato ferito a una spalla mentre cercava di difendere il kibbutz, mentre la moglie incinta e le due figlie si erano nascoste nella stanza blindata dell’abitazione. Per oltre sedici mesi è rimasto completamente isolato, senza sapere se la sua famiglia fosse sopravvissuta. Soltanto due giorni dopo il ritorno in Israele ha registrato sul telefono tutte le composizioni che aveva custodito nella memoria durante la prigionia.

L’intero programma riflette l’esperienza vissuta dal Paese negli ultimi due anni e mezzo. La guerra, il trauma collettivo, la ricostruzione e la capacità di immaginare il futuro diventano il filo conduttore di molti spettacoli, senza trasformare il festival in una rassegna esclusivamente dedicata al conflitto. Fra gli appuntamenti più attesi figura Verse, progetto realizzato in memoria di Aner Shapira, il giovane che durante il massacro del festival Nova riuscì a salvare numerose persone all’interno di un rifugio antiaereo prima di essere ucciso dai terroristi. L’iniziativa riunirà musicisti, artisti visivi, documentaristi e attivisti sociali in un percorso fatto di performance, incontri e installazioni partecipative. Fra gli ospiti figurano Ehud Banai, Berry Sakharof, Ninet Tayeb e altri protagonisti della scena musicale israeliana.

Ampio spazio sarà riservato anche alla danza contemporanea. Il coreografo Adi Boutrous presenterà la prima assoluta di Portraits of Falling, mentre sette coreografi israeliani parteciperanno al progetto All the Spirits, che affronta il tema della guerra attraverso il linguaggio del corpo. Un’altra produzione significativa sarà The Thinking Heart, ispirata ai diari di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese assassinata ad Auschwitz, la cui figura è tornata recentemente al centro dell’attenzione grazie alla serie televisiva diretta da Hagai Levi.

Accanto alle nuove produzioni, il festival affronta anche una questione che negli ultimi mesi ha coinvolto numerose istituzioni culturali israeliane. Lo spettacolo Temporarily Removed accompagnerà il pubblico dietro le quinte del Teatro di Gerusalemme per raccontare gli spettacoli internazionali che avrebbero dovuto essere ospitati in Israele e che sono stati cancellati a causa del boicottaggio culturale seguito alla guerra di Gaza. È un modo per riflettere sugli effetti del clima internazionale senza rinunciare al dialogo che da sempre caratterizza la manifestazione.

Alla guida del Festival di Israele c’è oggi Uri Vaknin, affiancato dalle direttrici artistiche Michal Vaknin e Dafna Karon, che hanno costruito un’edizione nella quale la cultura assume il significato di uno spazio comune capace di ricucire relazioni, mantenere viva la creatività e restituire voce a comunità profondamente segnate dalla violenza. In un Paese ancora attraversato dal dolore e dall’incertezza, il festival sceglie di ripartire dai luoghi più colpiti, affidando alla musica, al teatro e all’arte il compito di accompagnare una società che continua a cercare, giorno dopo giorno, il proprio equilibrio.