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ONU. Il dolore di un druso che ha perso il figlio ucciso da Hezbollah

Dal Consiglio per i diritti umani l’appello di Rabeea Abu Saleh per la pace tra Israele e Libano e contro il terrorismo

Paolo Montesi

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ONU. Il dolore di un druso che ha perso il figlio ucciso da Hezbollah

«Mio figlio aveva sedici anni. È stato ucciso mentre giocava a calcio con i suoi amici». Con queste parole, pronunciate davanti al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Rabeea Abu Saleh ha riportato all’attenzione della comunità internazionale una delle pagine più dolorose del conflitto sul fronte settentrionale di Israele. Il suo intervento, promosso da UN Watch durante l’esame periodico della situazione dei diritti umani in Libano, ha trasformato una vicenda personale in un appello universale contro la violenza e il terrorismo.

Abu Saleh vive a Majdal Shams, il principale centro della comunità drusa sulle Alture del Golan. Il 27 luglio 2024 il villaggio fu colpito da un razzo lanciato da Hezbollah. L’esplosione investì un campo da calcio dove decine di ragazzi stavano giocando. Dodici bambini e adolescenti morirono, oltre quaranta persone rimasero ferite. Tra le vittime c’era Ameer Abu Saleh, il figlio maggiore di Rabeea. Il fratello Julian riportò lesioni gravissime e dovette affrontare più di un anno di cure e riabilitazione. L’attacco provocò un’ondata di indignazione internazionale e segnò uno dei momenti più drammatici dell’escalation tra Israele e Hezbollah lungo il confine libanese.

Davanti ai delegati delle Nazioni Unite, Abu Saleh ha scelto un linguaggio privo di rancore. Ha ricordato la tradizione della comunità drusa di Majdal Shams, fondata sul rispetto reciproco e sulla convivenza tra persone di fedi diverse, quindi ha posto una domanda semplice: «Non meritiamo anche noi di vivere con dignità e in pace?». Ha aggiunto di essere convinto che in ogni guerra tutti perdano e ha chiesto un impegno concreto per favorire la pace tra il governo israeliano e quello libanese.

Il passaggio più netto del suo intervento ha riguardato Hezbollah. Secondo Abu Saleh, una pace giusta e duratura in Medio Oriente richiede anche l’eliminazione delle organizzazioni terroristiche che colpiscono deliberatamente i civili, seminando morte e sofferenza sia in Israele sia in Libano. Un’affermazione pronunciata da chi ha pagato personalmente il prezzo del conflitto e che ha assunto un peso particolare nel contesto del Consiglio per i diritti umani, dove il confronto sul Medio Oriente è spesso dominato dalle accuse rivolte a Israele.

L’intervento ha avuto anche un forte valore simbolico. La comunità drusa israeliana, composta da circa 150.000 persone, rappresenta una componente pienamente integrata della società del Paese. Migliaia di drusi prestano servizio nelle Forze di difesa israeliane e molti ricoprono incarichi nelle istituzioni, nella magistratura, nella sanità e nelle università. Gli abitanti di Majdal Shams, pur conservando una storia particolare legata al Golan, sono stati tra i civili maggiormente colpiti dagli attacchi provenienti dal Libano negli ultimi anni.

Le parole di Rabeea Abu Saleh hanno ricordato che dietro le statistiche delle guerre esistono volti, famiglie e vite spezzate. Nel suo discorso non ha chiesto vendetta, né ha cercato di alimentare nuove contrapposizioni. Ha domandato che la morte di suo figlio Ameer e degli altri undici ragazzi non venga dimenticata e che la ricerca della pace passi anche attraverso il contrasto a chi continua a usare il terrorismo come strumento politico. È un messaggio che arriva da un padre e che, proprio per questo, supera i confini della diplomazia e parla direttamente alla coscienza della comunità internazionale.