Israele rilancia la propria strategia energetica e guarda ancora una volta al Mediterraneo. Il ministero dell’Energia ha aperto il quinto bando internazionale per l’esplorazione di nuovi giacimenti di gas naturale nella zona economica esclusiva israeliana, una decisione che arriva a pochi giorni dal via libera al grande accordo per l’esportazione di gas verso l’Egitto e che conferma come il settore energetico sia diventato uno degli assi portanti della politica economica e della proiezione internazionale dello Stato ebraico.
Il nuovo programma mette sul mercato cinque aree offshore, per una superficie complessiva di circa 7.100 chilometri quadrati, destinate alle compagnie interessate alla ricerca di nuovi giacimenti. Secondo le valutazioni del ministero guidato da Eli Cohen, i fondali del Mediterraneo orientale potrebbero custodire ancora centinaia di miliardi di metri cubi di gas non ancora scoperti, una prospettiva che spiega perché il governo continui a investire con decisione nell’esplorazione.
Negli ultimi quindici anni il panorama energetico israeliano è stato completamente trasformato dalle grandi scoperte offshore. Prima Tamar, poi Leviathan e successivamente Karish hanno modificato il destino di un Paese che fino a poco tempo fa dipendeva quasi interamente dalle importazioni energetiche. Oggi Israele soddisfa il proprio fabbisogno interno grazie al gas naturale ed esporta quantità sempre maggiori verso i Paesi vicini, soprattutto Egitto e Giordania, diventando uno dei protagonisti del nuovo equilibrio energetico del Mediterraneo orientale.
La scelta di procedere con un nuovo bando risponde a diverse esigenze. La prima riguarda la sicurezza energetica. Il governo vuole garantire che la crescita della domanda interna, destinata ad aumentare anche per effetto dello sviluppo dei grandi data center e dell’elettrificazione dell’economia, possa essere sostenuta da risorse sufficienti per molti decenni. La seconda è di natura economica. L’apertura del mercato a nuovi operatori internazionali dovrebbe aumentare la concorrenza e favorire ulteriori investimenti, con ricadute dirette sulle entrate pubbliche.
Dal momento in cui è iniziata la produzione commerciale dei grandi giacimenti, lo Stato israeliano ha già incassato oltre 35 miliardi di shekel tra imposte, royalties e altre entrate collegate all’industria del gas. Si tratta di risorse che il governo considera fondamentali per finanziare infrastrutture, servizi pubblici e investimenti strategici, mentre le stime ufficiali indicano che gli introiti potranno crescere in modo significativo nel corso dei prossimi decenni.
La dimensione economica, tuttavia, rappresenta soltanto una parte della partita. Il gas è diventato uno strumento di politica estera. L’intesa raggiunta con l’Egitto, destinata a rafforzare ulteriormente i flussi di esportazione, consolida un rapporto che negli ultimi anni ha assunto un’importanza crescente anche sul piano diplomatico. Il Cairo utilizza infatti parte del gas israeliano per alimentare il mercato interno e parte per essere liquefatto nei propri impianti e successivamente riesportato, contribuendo a fare dell’Egitto uno dei principali hub energetici dell’area.
Il bando resterà aperto fino alla fine del 2026 e le licenze dovrebbero essere assegnate nei primi mesi del 2027. Diversi gruppi internazionali hanno già manifestato interesse per partecipare alla gara, segno che, malgrado le tensioni geopolitiche che continuano a caratterizzare il Medio Oriente, il potenziale energetico delle acque israeliane continua ad attirare investitori. Per Gerusalemme la sfida consiste ora nel trovare un equilibrio fra l’espansione delle esportazioni, la tutela delle riserve necessarie al mercato interno e la volontà di consolidare una posizione che, soltanto quindici anni fa, sarebbe sembrata difficilmente immaginabile.