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The Palestine Chronicle sotto accusa per i legami con Hamas

Il direttore Ramzy Baroud rivela che un suo parente comandava le Brigate al-Qassam mentre il giornale affronta una causa negli Stati Uniti sul caso degli ostaggi israeliani

Shira Navon

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The Palestine Chronicle sotto accusa per i legami con Hamas

Un dirigente di Hamas morto in un attacco suicida, un giornalista accusato di avere collaborato con il movimento islamista mentre ostaggi israeliani venivano nascosti nella casa della sua famiglia a Gaza e un’organizzazione mediatica americana finita davanti a un tribunale federale. Attorno a The Palestine Chronicle, sito molto influente nell’universo dell’attivismo filo-palestinese internazionale, si sta addensando una tempesta giudiziaria e politica che rischia di avere conseguenze pesanti anche negli Stati Uniti.

A riaccendere il caso sono state alcune dichiarazioni di Ramzy Baroud, direttore del Palestine Chronicle e presidente dell’organizzazione americana People Media Project, che controlla il sito. Durante una recente intervista Baroud ha raccontato che un suo parente della famiglia al-Badrasawi era stato comandante del settore nord delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas, e che si era fatto esplodere dopo avere attaccato un carro armato israeliano nel campo profughi di Shati, nella Striscia di Gaza. Secondo il racconto dello stesso Baroud, anche i figli Abdulrahman e Muhammad sarebbero morti successivamente nello stesso scontro.

Le parole del direttore del Palestine Chronicle arrivano mentre il giornale è già coinvolto in una causa federale nello Stato di Washington. Il procedimento sostiene che la testata abbia collaborato con Abdallah Aljamal, indicato dalle autorità israeliane come un operatore di Hamas e accusato di avere tenuto nascosti nella casa della propria famiglia tre ostaggi israeliani sequestrati il 7 ottobre.

Gli ostaggi, Almog Meir Jan, Shlomi Ziv e Andrey Kozlov, erano stati liberati durante il blitz israeliano di Nuseirat del giugno 2024. Nella stessa operazione era stata salvata anche Noa Argamani, diventata uno dei simboli internazionali della tragedia degli ostaggi rapiti durante il massacro del festival Nova. Secondo le ricostruzioni israeliane, Argamani sarebbe stata tenuta prigioniera in un appartamento separato, a poche centinaia di metri dalla casa della famiglia Aljamal.

Al centro della causa c’è proprio il rapporto tra The Palestine Chronicle e Abdallah Aljamal. I ricorrenti sostengono che Aljamal lavorasse stabilmente per la testata dal 2019 e che il sito pubblicasse regolarmente i suoi articoli pur essendo a conoscenza dei suoi legami con Hamas. La denuncia afferma inoltre che Aljamal fosse portavoce del ministero del Lavoro controllato da Hamas nella Striscia e che dopo il 7 ottobre la collaborazione con la testata si fosse intensificata, arrivando fino a due o tre articoli al giorno coordinati attraverso WhatsApp e Skype.
Il tribunale americano, almeno in questa fase preliminare, non ha stabilito la fondatezza delle accuse, ma ha ritenuto sufficienti gli elementi presentati dai ricorrenti per permettere al procedimento di proseguire.

Attorno a Ramzy Baroud esistono già da tempo polemiche molto pesanti. Il giornalista palestinese è associato al Center for Islam and Global Affairs dell’Università Istanbul Sabahattin Zaim, diretto da Sami al-Arian, ex dirigente della Jihad Islamica Palestinese che nel 2006 si dichiarò colpevole negli Stati Uniti per cospirazione finalizzata al sostegno di un’organizzazione terroristica.

Secondo il dossier pubblicato da Jewish Onliner, Baroud avrebbe inoltre condiviso negli anni contenuti celebrativi del 7 ottobre e materiale di propaganda legato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il PFLP, anch’esso inserito nelle liste terroristiche occidentali.

La vicenda potrebbe ora avere anche conseguenze fiscali e politiche negli Stati Uniti. Jason Smith, presidente della Commissione Ways and Means della Camera dei Rappresentanti, aveva già chiesto nel 2024 all’IRS di revocare lo status di organizzazione non profit a People Media Project, sostenendo che il Palestine Chronicle avesse oltrepassato i limiti consentiti a un ente esentasse americano. I documenti fiscali mostrano inoltre un aumento significativo delle entrate della struttura dopo il 7 ottobre 2023, interamente basate su donazioni private.

Le dichiarazioni di Baroud sul proprio parente comandante delle Brigate al-Qassam aggiungono adesso un ulteriore elemento a una vicenda già esplosiva. E riaprono una domanda sempre più presente nel dibattito americano ed europeo dopo il 7 ottobre, dove finisca il giornalismo militante e dove inizi invece la legittimazione politica e culturale di organizzazioni terroristiche.