Dietro il linguaggio accademico della “decolonizzazione del sapere” e della lotta contro il colonialismo, a Istanbul è andata in scena una delle più ambiziose operazioni politico-culturali costruite negli ultimi anni attorno all’universo ideologico filo-Hamas sostenuto dalla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Il World Decolonization Forum 2026, organizzato l’11 e 12 maggio all’Atatürk Cultural Center, ha riunito figure radicali dell’attivismo anti-israeliano internazionale, professori universitari occidentali e personaggi legati direttamente o indirettamente a organizzazioni terroristiche palestinesi.
Il dettaglio che ha colpito maggiormente osservatori e analisti riguarda la presenza sul palco di Sami al-Arian, ex dirigente della Jihad Islamica Palestinese condannato negli Stati Uniti per avere fornito sostegno economico a un’organizzazione terroristica. Al-Arian ha partecipato a una tavola rotonda accanto a Joseph Massad, professore della Columbia University noto da anni per le sue posizioni estremamente ostili a Israele e già finito al centro delle polemiche dopo avere definito il massacro del 7 ottobre una “straordinaria vittoria della resistenza palestinese”.
L’incontro, però, assume un significato ancora più rilevante per il contesto politico nel quale è stato organizzato. Il forum è stato infatti promosso da Enstitü Sosyal insieme alla fondazione NÛN, guidata da Esra Albayrak, figlia del presidente turco Erdoğan e moglie dell’ex ministro del Tesoro Berat Albayrak. È stata proprio Esra Albayrak ad aprire i lavori sostenendo la necessità di costruire nuovi “centri della saggezza” alternativi all’Occidente, indicando città come Istanbul, Jakarta, Rabat, Il Cairo e persino Gaza come futuri poli culturali del mondo islamico e postcoloniale.
Il forum è stato inoltre sostenuto da TRT World, l’emittente internazionale controllata dallo Stato turco, e dal centro studi di Al Jazeera, rafforzando l’impressione di un progetto politico ben preciso, trasformare il lessico universitario della decolonizzazione in uno strumento di legittimazione dell’islamismo radicale e dell’ostilità verso Israele e l’Occidente.
Durante il panel dedicato alla Palestina, moderato da Iskander Abbasi, il professore Joseph Massad è stato presentato come docente della Columbia University “nel ventre della bestia”, espressione riferita agli Stati Uniti che lo stesso Massad non ha contestato. Nel corso dell’incontro il docente ha attaccato apertamente la storia americana, definendo gli Stati Uniti “la prima colonia suprematista bianca”, mentre Sami al-Arian ha invocato apertamente lo smantellamento dello Stato di Israele. “L’unica soluzione accettabile dal mio punto di vista è la distruzione di tutte le strutture sioniste”, ha dichiarato davanti al pubblico del forum.
Il passaggio più inquietante è arrivato quando il moderatore ha illustrato quello che ha definito il “modello sudafricano” per “sconfiggere Israele”, articolato in resistenza civile, lotta armata interna, lotta armata esterna e campagne globali di boicottaggio BDS. Alla domanda se fosse necessario sostenere tutte queste forme di azione, Sami al-Arian ha risposto senza esitazioni: “Dobbiamo averle tutte”.
Tra gli ospiti figuravano anche la militante franco-algerina Houria Bouteldja, già al centro di scandali per dichiarazioni sugli ebrei e sull’attentatore islamista Mohamed Merah, e il giornalista americano Jeremy Scahill, che dal palco ha sostenuto che essere filo-palestinesi significhi essere “dalla parte dell’umanità”.
Il forum ha mostrato con grande chiarezza una trasformazione che da tempo attraversa parte del mondo universitario occidentale e mediorientale. Il conflitto israelo-palestinese viene sempre più inserito dentro una cornice ideologica globale nella quale Israele diventa il simbolo assoluto del colonialismo e l’Occidente liberale viene descritto come una struttura da abbattere culturalmente e politicamente. Dentro questa cornice finiscono così per convivere accademici di università prestigiose, attivisti radicali, sostenitori del BDS e figure direttamente legate all’universo jihadista.
Secondo gli organizzatori, il World Decolonization Forum continuerà fino al 2030 con nuovi appuntamenti dedicati alla “decolonizzazione delle istituzioni” e alla “decolonizzazione nella pratica”. Dietro formule apparentemente accademiche si intravede però un progetto politico molto concreto, costruire una rete culturale internazionale capace di normalizzare ambienti estremisti all’interno delle università, dei media e del dibattito pubblico globale.

