Ci sono intellettuali che cercano una casa e altri che passano la vita a rifiutarne una. Simone Weil appartiene decisamente alla seconda categoria. Non volle mai lasciarsi definire da un’identità, da un partito, da una religione, da una scuola filosofica. Diffidava delle appartenenze, che considerava il primo passo verso l’idolatria, eppure la sua vicenda personale dimostra che la storia, qualche volta, costringe anche gli spiriti più refrattari a confrontarsi con ciò da cui avevano cercato di prendere le distanze.
Nata a Parigi nel 1909 da una famiglia ebraica perfettamente assimilata, Simone Weil non ricevette un’educazione religiosa. L’ebraismo fu, per lei, prima di tutto un’origine, quasi un dato anagrafico. Ben presto sviluppò un atteggiamento fortemente critico nei confronti della tradizione ebraica. Le sue pagine sull’Antico Testamento restano ancora oggi fra le più discusse e hanno suscitato accuse di incomprensione, quando non di ostilità verso il proprio stesso popolo.
Quel che si può dire è che Simone Weil non risparmiava nessuno. Criticava il cristianesimo istituzionale pur essendo profondamente attratta dalla figura di Cristo. Ammirava il Vangelo, ma rifiutò sempre il battesimo. Frequentò monasteri e mistici senza entrare nella Chiesa. Militò nei movimenti operai senza diventare comunista. Andò a lavorare in fabbrica per conoscere la fatica operaia sulla propria pelle, partecipò alla guerra civile spagnola nelle file repubblicane e ne tornò disgustata dalla violenza rivoluzionaria. Insomma, era profondamente e irriducibilmente incapace di accettare qualsiasi ortodossia.
Anche il sionismo non sfuggì al suo giudizio severo. Lo considerava, almeno nella sua formulazione politica, un movimento nazionale come altri, e guardava con sospetto ogni costruzione fondata sull’identità collettiva. Per lei il radicamento era un bisogno essenziale dell’essere umano, ma diventava pericoloso quando si trasformava in nazionalismo.
La tragedia della Shoah cambiò però il quadro storico in modo irreversibile. Negli ultimi anni della sua vita, mentre l’Europa veniva travolta dalla persecuzione e dallo sterminio degli ebrei, Simone Weil riconobbe che quel popolo, privato di ogni protezione, aveva bisogno di un luogo nel quale poter vivere al sicuro. Non divenne mai una teorica del sionismo e non aderì ai movimenti che stavano costruendo il futuro Stato d’Israele. Tuttavia comprese che la questione non poteva più essere affrontata come un semplice dibattito filosofico. Dopo Auschwitz, il diritto degli ebrei a una patria assumeva un significato che andava oltre ogni disputa ideologica.
È proprio questa disponibilità a lasciarsi correggere dalla realtà che rende Simone Weil una figura ancora così attuale. Non cambiò idea per convenienza, ma perché i fatti avevano imposto domande nuove. Aveva costruito tutta la sua riflessione sulla diffidenza verso le identità collettive, eppure non fu così prigioniera delle proprie categorie da ignorare ciò che stava accadendo agli ebrei d’Europa.
Morì nel 1943, a soli trentaquattro anni, in un sanatorio inglese, consumata dalla tubercolosi e da una forma estrema di ascetismo che la portava a rifiutare per sé il cibo che mancava ai francesi sotto occupazione. Una fine che sembra appartenere alla leggenda quanto la sua vita.
Simone Weil continua a sfuggire a ogni tentativo di appropriazione. La sinistra la considera troppo spirituale. I cattolici ricordano che non volle mai entrare nella Chiesa. Gli ebrei continuano a interrogarsi sul suo rapporto tormentato con l’ebraismo. I nazionalisti la trovano irriducibilmente universalista. Gli universalisti scoprono che, davanti all’abisso della persecuzione, arrivò a riconoscere la necessità concreta di una patria ebraica.
Forse è proprio questo il destino degli intellettuali senza collare: non offrire certezze rassicuranti, ma ricordarci che la libertà di pensiero consiste anche nel saper mettere in discussione se stessi, quando la storia presenta il conto.
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