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R. Niebuhr, il teologo che difese Israele contro il pacifismo ingenuo

Dal protestantesimo sociale alla nascita dello Stato ebraico, il pensatore statunitense che comprese il bisogno ebraico di sovranità e il diritto di difendersi anche con la forza

Daniele Scalise

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R. Niebuhr, il teologo che difese Israele contro il pacifismo ingenuo

Fra gli intellettuali non ebrei che nel Novecento compresero con maggiore lucidità il significato storico della nascita di Israele, Reinhold Niebuhr occupa di diritto un posto singolare. Non aveva legami familiari con il mondo ebraico, non apparteneva al sionismo e non proveniva da ambienti nazionalisti o militaristi. Era un teologo protestante americano, una delle menti più influenti della cultura politica statunitense del secolo scorso, uomo di sinistra cristiana, sostenitore della giustizia sociale e feroce critico delle illusioni morali che, a suo giudizio, impedivano all’Occidente di vedere la realtà per quello che era.

Ed è proprio qui che il pensiero di Niebuhr diventa interessante ancora oggi. Mentre una parte significativa del mondo religioso e progressista continuava a immaginare la politica internazionale come un terreno regolato principalmente dalla buona volontà, dal dialogo e dalle intenzioni morali, lui insisteva su un punto molto più scomodo: la storia umana è attraversata dal conflitto, dalla violenza e dalla lotta per il potere. Ignorarlo significa consegnare i più deboli ai più aggressivi.

Questa convinzione lo porterà, già negli anni Quaranta, a sostenere con grande chiarezza la causa sionista e il diritto degli ebrei a costruire uno Stato sovrano. Non per romanticismo ideologico. Non per entusiasmo nazionalista. Ma perché aveva compreso che dopo secoli di persecuzioni culminate nello sterminio nazista, gli ebrei non potevano continuare ad affidare la propria sicurezza alla benevolenza altrui o alle astratte promesse della comunità internazionale.

Nato nel Missouri nel 1892 da una famiglia protestante di origine tedesca, Niebuhr diventa uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “realismo cristiano”, una corrente di pensiero che rifiuta l’idea di una politica guidata soltanto da principi etici astratti. Per Niebuhr gli esseri umani sono capaci di bene, ma anche profondamente segnati dall’egoismo individuale e collettivo. Le nazioni non fanno eccezione. Per questo guardava con sospetto le utopie pacifiste che negli anni Trenta e Quaranta, secondo lui, avevano contribuito alla paralisi morale delle democrazie occidentali davanti al nazismo.

La sua critica al pacifismo non nasceva da un culto della forza. Nasceva da Auschwitz. Dalla consapevolezza che il male politico esiste davvero e che talvolta deve essere fermato anche attraverso l’uso della forza. Questo valeva per Hitler e, ai suoi occhi, valeva anche per la questione ebraica in Palestina. Niebuhr considerava semplicemente irrealistico pensare che gli ebrei potessero sopravvivere in Medio Oriente senza strumenti concreti di autodifesa.

Negli anni decisivi che precedono la nascita di Israele diventa uno dei sostenitori americani più autorevoli del progetto sionista. Appoggia apertamente la creazione di uno Stato ebraico e critica con durezza le posizioni occidentali che chiedevano agli ebrei moderazione infinita mentre il mondo arabo rifiutava qualsiasi compromesso sulla loro presenza sovrana.

Per Niebuhr il problema era anche morale, ma in un senso molto diverso da quello di molti ambienti religiosi dell’epoca. La richiesta rivolta agli ebrei di rinunciare alla forza in nome di principi universalisti gli appariva profondamente ingiusta, quasi crudele, soprattutto dopo la Shoah. Pretendere dagli ebrei una purezza morale assoluta mentre uscivano da uno sterminio industriale significava, secondo lui, chiedere a un popolo perseguitato di restare storicamente vulnerabile.

Questa posizione provocò tensioni anche dentro il mondo protestante americano, dove non mancavano ambienti ostili al sionismo oppure convinti che la questione ebraica dovesse essere affrontata esclusivamente in termini umanitari e non politici. Niebuhr invece comprese qualcosa che molti faticavano ad accettare: senza sovranità, senza capacità militare e senza controllo del proprio destino, gli ebrei sarebbero rimasti esposti a persecuzioni cicliche.

La sua influenza negli Stati Uniti fu enorme. Non parlava come un ideologo marginale, ma come uno degli intellettuali religiosi più ascoltati del Paese. I suoi scritti influenzarono generazioni di politici, diplomatici e studiosi americani. Anche figure lontane fra loro, da Martin Luther King a Barack Obama, hanno riconosciuto il peso del suo pensiero nella cultura politica americana contemporanea. Sia detto en passant: peccato che non tutti di questi abbiano imparato la lezione.

Riletto oggi, Niebuhr colpisce soprattutto per la capacità di sottrarsi alle semplificazioni morali. Non idealizzava Israele né, men che mai, pensava che gli Stati fossero innocenti. E meno ancora trasformava gli ebrei in figure angelicate. Riteneva semplicemente che un popolo sopravvissuto a secoli di persecuzioni avesse il diritto elementare di difendersi e di esercitare il potere politico come ogni altra nazione.

È qui che Reinhold Niebuhr entra pienamente nella famiglia degli “Intellettuali senza collare”. Perché rifiutò il conformismo di un certo pacifismo occidentale che spesso chiedeva agli ebrei sacrifici morali impossibili da pretendere da qualsiasi altro popolo. E perché comprese, molto prima di tanti altri, che la sopravvivenza ebraica dopo Auschwitz non poteva dipendere dalla generosità del mondo. Doveva poggiare anche sulla forza, sulla sovranità e sulla capacità di difendersi.


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