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George Orwell e la verità scomoda sull’antisemitismo

Quando nel 1945 tutti volevano voltare pagina, lo scrittore vide riemergere l’odio contro gli ebrei anche nei salotti progressisti

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
George Orwell e la verità scomoda sull’antisemitismo

Nel 1945 l’Europa si illudeva di aver chiuso i conti con il proprio abisso e si affrettava a costruire una nuova coscienza, più pulita nelle intenzioni e più rassicurante nelle parole, mentre George Orwell, con quella lucidità asciutta che non gli permetteva di consolarsi con le formule, individuava già il punto cieco di quel processo, cioè la sopravvivenza dell’antisemitismo dentro gli stessi ambienti che si consideravano immuni.

Nel saggio ‘Antisemitism in Britain’, scritto a guerra appena finita, Orwell non descrive un fenomeno marginale o residuale, ma una corrente sotterranea che attraversa la società inglese e che si manifesta anche tra persone colte, tra intellettuali, tra progressisti, i quali tendono a minimizzare, giustificare o persino condividere, spesso in modo inconsapevole, stereotipi e ostilità verso gli ebrei. Non si tratta di un’accusa gridata, bensì di una diagnosi fredda e precisa, che colpisce proprio perché rifiuta il conforto delle semplificazioni.

Orwell osserva che molti non hanno alcun problema a condannare l’antisemitismo nazista, ormai sconfitto e quindi innocuo, mentre esitano quando si tratta di riconoscere le stesse pulsioni nel proprio campo, dove l’odio si presenta in forme più rispettabili e più difficili da isolare. In questo slittamento individua un meccanismo che gli appare pericoloso, perché consente a un pregiudizio antico di adattarsi al linguaggio del presente senza perdere la propria sostanza.

La forza di questo testo sta anche nel contesto in cui nasce, perché nel 1945 parlare di antisemitismo in ambienti progressisti significava esporsi a un’incomprensione quasi certa. L’attenzione era concentrata sulla ricostruzione, sulla necessità di lasciarsi alle spalle il trauma della guerra, e chi insisteva su queste contraddizioni rischiava di essere percepito come fuori tempo, se non addirittura come provocatorio. Orwell accetta questo rischio senza teatralizzarlo, e continua a seguire la linea che aveva già tracciato negli anni precedenti, quella di una fedeltà ostinata ai fatti, anche quando i fatti disturbano.

Non scrive mai un trattato su Israele, né si inserisce nel dibattito sionista con l’intenzione di prenderne parte, ma il suo impianto morale conduce in quella direzione quasi inevitabilmente. Dopo Auschwitz, l’idea che gli ebrei non abbiano diritto a difendersi o a costruire una propria sicurezza politica gli sarebbe apparsa come una forma ulteriore di ingiustizia, travestita da universalismo. Il rifiuto delle doppie morali, che attraversa tutta la sua opera, rende incompatibile qualsiasi distinzione che giustifichi la violenza quando colpisce alcuni e la condanni quando colpisce altri.

Questo atteggiamento emerge con chiarezza anche nel modo in cui Orwell guarda ai sistemi ideologici del suo tempo. Che si tratti dello stalinismo o di altre forme di pensiero organizzato, il suo bersaglio resta sempre la distorsione della realtà a fini politici, cioè la tendenza a piegare i fatti a una visione precostituita. In questo senso, il suo sguardo sull’antisemitismo, lungi dall’essere un capitolo separato, è parte di una battaglia più ampia contro la menzogna, che per lui rappresenta il vero nemico della libertà.

Riletto oggi, quel saggio del 1945 conserva una sorprendente attualità, perché descrive un meccanismo che non si è esaurito e che continua a riproporsi in forme diverse. L’antisemitismo che Orwell individua non ha bisogno di dichiararsi apertamente, si muove attraverso allusioni, doppi standard, silenzi selettivi, e proprio per questo riesce a insinuarsi in contesti che si percepiscono come progressisti e inclusivi.

Orwell non offre soluzioni chiavi-in-mano, e probabilmente diffiderebbe di chi pretende di averne, ma lascia un metodo che resta difficile da aggirare. Guardare la realtà senza filtri, rifiutare le appartenenze quando diventano gabbie, accettare di restare isolati pur di non piegare ciò che si vede a ciò che si vorrebbe vedere. È una lezione che non promette conforto e che proprio per questo continua a essere necessaria, soprattutto quando il clima generale spinge nella direzione opposta.


George Orwell e la verità scomoda sull’antisemitismo