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Camus. Israele, gli ebrei e la solitudine di un uomo libero

Contro il conformismo della gauche francese, Camus difese il diritto degli ebrei a una patria

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Camus. Israele, gli ebrei e la solitudine di un uomo libero

Nel momento in cui il mondo letterario francese si organizzava in tribù, si riconosceva nei suoi sacerdoti e distribuiva patenti morali con una sicurezza che oggi appare quasi grottesca, Albert Camus scelse una strada più scomoda e meno redditizia, quella di pensare con la propria testa e di accettare il prezzo della solitudine quando la verità gli sembrava chiara. Non si trattava di un gesto plateale né di una sfida cercata, perché Camus non amava mettersi in scena, e proprio per questo la sua voce risulta ancora più difficile da archiviare.

Quando nel dopoguerra la questione ebraica tornò al centro della coscienza europea, questo straordinario scrittore dall’anima incandescente, lo sguardo potente, una sigaretta sempre tra le labbra, non si rifugiò nelle astrazioni rassicuranti che permettevano a molti di aggirare il problema. Aveva visto cosa era accaduto sotto Vichy, aveva osservato colleghi fatti fuori dalle redazioni per il solo fatto di essere ebrei, aveva percepito sulla propria pelle il ritorno di un’ostilità che non si era esaurita con la caduta del nazismo. In quel contesto, l’idea che i sopravvissuti dovessero continuare a vagare senza una patria gli appariva non solo ingiusta, ma moralmente insostenibile.

La sua presa di posizione a favore di Israele nasce da qui, da una fedeltà a ciò che aveva visto e capito, non da una adesione ideologica astratta e romantica. Nei testi raccolti in Actuelles e soprattutto nel discorso pronunciato il 22 gennaio 1958, Camus difende apertamente il diritto degli ebrei a esistere come popolo sovrano, e lo fa quando una parte crescente dell’intellighenzia comincia a leggere la nascita di Israele attraverso categorie automatiche, riducendola a una variante del colonialismo. In quel testo parla di un Israele “che si vuole distruggere sotto l’alibi dell’anticolonialismo”, e rivendica la necessità storica di una patria ebraica dopo la catastrofe europea.

È in quel passaggio che emerge la sua lucidità, perché coglie un meccanismo destinato a ripetersi negli anni successivi, cioè la trasformazione di un pregiudizio antico in linguaggio moderno, più elegante e più difficile da smascherare. Per Camus, negare agli ebrei una patria dopo Auschwitz equivale a perpetuare, con altri mezzi, la stessa esclusione che l’Europa aveva appena portato al suo estremo.

Camus non accetta questo slittamento e lo dice con parole che restano brucianti, oggi più di ieri se possibile. Parla di un ambiente culturale dove “il riflesso ha sostituito la riflessione” e dove si pensa “a colpi di slogan”, e non è un attacco generico ma una descrizione precisa di un clima in cui l’appartenenza conta più della verità. In quel clima sarebbe stato facile adeguarsi, soprattutto per uno scrittore già consacrato, ma lui sceglie di restare fuori, senza costruirsi un ruolo da dissidente professionale e senza coltivare la retorica del coraggio.

Il confronto implicito con Jean-Paul Sartre – un amico che gli aveva spietatamente voltato le spalle perché riteneva che Camus avesse assunto posizioni ideologicamente incompatibili con le proprie– aiuta a capire la natura di questa differenza. Sartre incarna l’intellettuale che occupa la scena, che prende posizione come atto pubblico, che trasforma la filosofia in intervento continuo. Camus si muove in modo totalmente diverso, con una discrezione che non è timidezza ma rifiuto della teatralità, e proprio per questo le sue parole pesano di più quando arrivano. Non ha bisogno di alzare il tono per farsi ascoltare, gli basta dire ciò che vede, anche quando questo lo mette in contrasto con l’ambiente in cui vive.

La sua difesa di Israele non cancella la complessità del suo pensiero, né risolve le tensioni legate alla questione algerina, che restano una ferita aperta nella sua biografia e nella sua opera. È proprio questa complessità a rendere la sua posizione più credibile, perché non si tratta di un uomo che applica uno schema, ma di uno scrittore che cerca di restare fedele a un principio semplice e difficilissimo da praticare, quello di non tradire gli esseri umani concreti in nome delle idee.

Riletto oggi, Camus appare come una figura isolata e allo stesso tempo necessaria. Non offre soluzioni facili, non costruisce sistemi, non si mette al riparo dietro formule che proteggono dalla realtà. In un’epoca in cui il dibattito pubblico tende a polarizzarsi e a premiare chi parla più forte, la sua lezione resta quella di una sobrietà ostinata, di una libertà che non ha bisogno di proclami e che proprio per questo resiste più a lungo delle mode e delle appartenenze.


Camus. Israele, gli ebrei e la solitudine di un uomo libero