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Jacques Maritain, il filosofo cattolico che difese gli ebrei e comprese Israele

Da Vichy alla nascita dello Stato ebraico, la storia di un intellettuale francese che sfidò l’antisemitismo del suo tempo e costruì un ponte raro tra cristianesimo democratico, dignità ebraica e sionismo

Daniele Scalise

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Jacques Maritain, il filosofo cattolico che difese gli ebrei e comprese Israele
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Fra gli intellettuali europei del Novecento che ebbero il coraggio di rompere il conformismo del proprio ambiente, Jacques Maritain occupa di sicuro un posto particolare. Non era ebreo. Non proveniva da mondi marginali o rivoluzionari. Era un filosofo cattolico francese, uno dei grandi teorici del personalismo cristiano, vicino alla tradizione tomista, uomo profondamente credente e allo stesso tempo modernissimo nella capacità di leggere le catastrofi politiche del suo secolo. Eppure, proprio mentre una parte consistente dell’Europa cristiana oscillava fra indifferenza, antisemitismo e vigliaccheria, Maritain comprese qualcosa che molti non vollero vedere: la persecuzione degli ebrei non era un incidente della storia europea, ma una crisi morale della civiltà occidentale stessa.

Capì anche un’altra cosa, ancora più difficile da accettare per molti ambienti cattolici dell’epoca. Dopo Auschwitz, dopo le leggi razziali, dopo i treni piombati e le fosse comuni, il popolo ebraico non chiedeva soltanto compassione. Chiedeva dignità politica. Chiedeva il diritto di esistere come soggetto della storia. Ed è qui che il pensiero di Maritain diventa interessante ancora oggi, perché intravede nella nascita di Israele non un’anomalia coloniale o un errore geopolitico, ma la conseguenza storica e morale di una tragedia europea.

Nato a Parigi nel 1882, Maritain attraversa quasi per intero il Novecento. Si converte al cattolicesimo insieme alla moglie Raïssa, ebrea di origine russa, dopo una profonda crisi spirituale e intellettuale. Quella presenza accanto a lui non fu un dettaglio biografico secondario. Raïssa, donna coltissima e sensibilissima, contribuì enormemente alla formazione del suo sguardo sugli ebrei e sull’antisemitismo europeo. In anni nei quali persino molti ambienti cattolici consideravano gli ebrei un corpo estraneo, Maritain rifiutò apertamente ogni forma di odio antiebraico.
Lo fece prima ancora che l’orrore nazista mostrasse il proprio volto definitivo. Negli anni Trenta denunciò il razzismo biologico e l’idolatria dello Stato totalitario, individuando nel nazismo non soltanto una minaccia politica, ma una deformazione spirituale dell’uomo europeo. Durante la guerra si trasferì negli Stati Uniti e da lì divenne una delle voci cattoliche più nette contro Vichy e contro la persecuzione degli ebrei. Parlava quando molti tacevano. E parlava da cattolico, che era la cosa più importante. Perché la sua critica nasceva dall’interno della tradizione cristiana e costringeva quella tradizione a guardarsi allo specchio.

Dopo il 1945, mentre il mondo cercava di comprendere la portata dello sterminio, Maritain insistette su un punto fondamentale: il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo doveva essere ripensato radicalmente. Non bastavano più le formule paternalistiche o le ambiguità teologiche sedimentate nei secoli. L’antisemitismo europeo non era spuntato inatteso ma aveva prosperato dentro una lunga cultura della diffidenza e della delegittimazione religiosa degli ebrei. Questa consapevolezza farà di lui uno dei riferimenti intellettuali che, indirettamente ma in modo profondo, contribuiranno al clima culturale che porterà decenni dopo alla dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”.

Ma il punto forse più interessante riguarda Israele. Maritain non era un ideologo sionista nel senso politico del termine. Non partecipava al movimento nazionale ebraico e non ne adottava la grammatica ideologica. Tuttavia comprese che la nascita dello Stato ebraico possedeva una legittimità storica e morale difficilmente contestabile dopo ciò che era accaduto in Europa. Vide nel ritorno alla sovranità ebraica qualcosa di più di una questione diplomatica: una risposta alla vulnerabilità assoluta nella quale gli ebrei erano stati precipitati.

Posizione, questa, nient’affatto ovvia negli anni Quaranta e Cinquanta non lo era affatto. Una parte importante del mondo cattolico guardava con sospetto al sionismo e considerava con fastidio l’idea di uno Stato ebraico. Maritain, invece, intuì che il problema non poteva essere affrontato soltanto con categorie teologiche astratte. Esistevano gli esseri umani concreti, la storia concreta, i morti concreti. Esisteva un popolo perseguitato che cercava una casa politica dopo essere stato abbandonato da quasi tutti.

Per questo la sua figura rimane preziosa anche oggi. Non perché offra soluzioni semplici a questioni drammatiche e complesse, ma perché dimostra che un pensiero cristiano serio, democratico e non fanatico può riconoscere la legittimità dell’esperienza ebraica senza paternalismi e senza doppi giochi. In tempi nei quali molti intellettuali sembrano parlare per appartenenza tribale o per riflesso ideologico, Maritain ricorda invece un’altra possibilità: quella di un uomo capace di restare profondamente fedele alla propria identità religiosa senza trasformarla in un’arma contro gli altri.

Maritain appartiene a pieno titolo alla schiera – non foltissima – degli “intellettuali senza collare”, a cui abbiamo voluto intitolare questa rubrica. E’ stato di sicuro una delle (poche) figure che non hanno accettato di inginocchiarsi davanti al proprio tempo, alla propria tribù politica o al conformismo dominante. Ebbene sì, Jacques Maritain appartiene a questa famiglia rara. Un cattolico che non tradì gli ebrei quando tradirli era conveniente. E che comprese Israele quando comprenderlo significava esporsi, rompere equilibri, perdere amicizie e disturbare molte coscienze tranquille. Se qualcuno, oggi, Oltretevere rilegesse le opere di questo pensatore, forse qualche bene ne potrebbe trarre. Ma dubitiamo che da quelle parti ci siano molti uomini di buona volontà e di ancor migliore onestà.


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