Nella Francia del secondo dopoguerra esisteva un modo pressoché automatico per essere accolti nei salotti giusti, ricevere approvazione accademica e diventare moralmente spendibili nello spazio pubblico, bastava pronunciare le parole corrette, schierarsi con le cause considerate progressiste e guardare Israele con crescente diffidenza, soprattutto dopo il 1967. Raymond Aron, invece, scelse una strada diversa e molto più scomoda, quella di un liberalismo lucido che non si lasciava ipnotizzare né dalle liturgie marxiste né dall’antiamericanismo di moda né, tantomeno, dall’ostilità automatica verso lo Stato degli Ebrei.
Aron non era un polemista da barricata. Tutt’altro. Questo signore, questo gran signore, non alzava la voce, non recitava la parte del dissidente maledetto e non coltivava il gusto della provocazione. La sua forza stava altrove, nella disciplina intellettuale, nella capacità di vedere prima degli altri le derive ideologiche del proprio tempo e nella serenità con cui era disposto a pagare il prezzo dell’impopolarità. In un ambiente culturale dominato da figure come Jean Paul Sartre, che trasformavano ogni questione politica in liturgia rivoluzionaria, Aron appariva quasi un corpo estraneo, troppo razionale per essere amato, troppo indipendente per essere assorbito.
Eppure fu proprio questa distanza dal conformismo a renderlo una delle voci più importanti nella difesa di Israele in Europa. Aron comprese molto presto che lo Stato ebraico stava diventando il luogo simbolico su cui una parte dell’intellighenzia occidentale proiettava le proprie ossessioni ideologiche. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, mentre nelle università e nei giornali francesi cresceva un linguaggio via via più ostile verso Israele, lui rifiutò la semplificazione che riduceva tutto a uno schema coloniale. Vedeva una democrazia assediata, circondata da regimi che ne annunciavano apertamente la distruzione, e riteneva naturale che quel Paese avesse il diritto di difendersi.
Per Aron la vera questione era proprio questa. Israele non rappresentava un incidente della storia né un corpo estraneo da tollerare provvisoriamente, ma una nazione nata anche dal fallimento morale dell’Europa, incapace di proteggere gli ebrei e poi sorprendentemente rapida nel giudicarli quando avevano finalmente costruito uno Stato in grado di difenderli. In questa lettura c’era tutta la sua diffidenza verso le ipocrisie occidentali, soprattutto quelle coltivate nelle snobberie culturali francesi, dove la solidarietà verso i popoli oppressi sembrava interrompersi improvvisamente quando gli oppressi erano ebrei armati.
La sua posizione gli attirò ostilità e isolamento. In molti ambienti veniva considerato troppo vicino all’America, troppo atlantista, troppo poco sedotto dalle rivoluzioni del Terzo mondo che allora esercitavano un fascino enorme sugli intellettuali europei. Aron osservava quel clima con una miscela di ironia e amarezza. Aveva capito che una parte della cultura francese preferiva le illusioni ai fatti e che il bisogno di sentirsi dalla parte giusta della storia produceva spesso una cecità feroce.
Il contrasto con Sartre, ancora una volta, aiuta a comprendere il tempo. Sartre incarnava l’intellettuale profetico, capace di infiammare piazze e movimenti. Aron rappresentava quasi il suo opposto, uno studioso rigoroso che diffidava delle passioni collettive e delle verità assolute. Quando molti intellettuali chiudevano gli occhi davanti ai crimini del comunismo o romanticizzavano movimenti armati e dittature purché antioccidentali, Aron insisteva nel riportare la discussione sul terreno della realtà concreta.
Questa stessa lucidità attraversa il suo rapporto con Israele. Non lo idealizza, non lo considera immune da errori e non trasforma la sua difesa in un esercizio identitario. Proprio per questo le sue parole risultano più forti. Difende Israele perché riconosce il diritto elementare di una nazione a sopravvivere, e considera moralmente insopportabile la doppia morale con cui quel diritto viene spesso negato soltanto agli ebrei.
Riletto oggi, Raymond Aron appare come uno degli ultimi grandi intellettuali europei capaci di resistere contemporaneamente al fanatismo e al conformismo. Non aveva bisogno di costruirsi un’aura eroica, gli bastava restare fedele ai fatti quando tutti gli altri preferivano le appartenenze. È probabilmente questa la forma più rara di coraggio intellettuale, quella che non cerca applausi e che proprio per questo continua a parlare anche molti anni dopo la fine del rumore.
Raymond Aron, l’uomo che non si mise in ginocchio