Lo diceva senza enfasi patriottica, con quella lucidità severa che lo ha reso uno dei più grandi intellettuali europei del Novecento. Era capace di criticare i governi israeliani, di interrogarsi sul prezzo morale del potere e perfino di confessare il disagio che ogni Stato suscita in chi appartiene a un popolo cresciuto nella diaspora. Ma una cosa non la concedeva: il diritto di mettere in discussione l’esistenza di Israele.
Steiner sapeva che cosa significasse essere ebreo in Europa. Nato a Parigi nel 1929 da una famiglia ebrea viennese, dovette la vita alla lungimiranza del padre, che intuì prima di molti altri dove stesse andando il continente e portò la famiglia negli Stati Uniti.
. Steiner studiò a Chicago, Harvard e Oxford, insegnò a Cambridge e a Ginevra e divenne uno dei maggiori critici letterari e filosofi della cultura del Novecento. Parlava correntemente inglese, francese e tedesco, conosceva il greco e il latino e leggeva i classici nelle lingue originali. Per lui le lingue erano mondi diversi, ciascuno con una propria visione della realtà.La sua fama si deve soprattutto a libri che hanno lasciato un segno profondo negli studi umanistici.
In Dopo Babele (After Babel, 1975) rivoluzionò il modo di pensare la traduzione, sostenendo che ogni atto di comprensione è già una forma di traduzione. In Linguaggio e silenzio (Language and Silence, 1967) rifletté sul rapporto tra cultura, barbarie e Shoah, mostrando come la raffinatezza intellettuale non abbia impedito il crollo morale dell’Europa. In Vere presenze (Real Presences, 1989) difese l’idea che l’arte e la letteratura abbiano senso solo se si riconosce che dietro di esse esiste una verità che trascende il semplice gioco delle interpretazioni. E nel romanzo Il trasporto di A. H. immaginò, con una provocazione intellettuale destinata a far discutere, Adolf Hitler catturato vivo molti anni dopo la guerra e costretto a un processo morale davanti all’umanità.
Per Steiner la Shoah non fu un capitolo della storia. Fu la prova definitiva del fallimento della civiltà europea. I campi di sterminio non erano nati ai margini della cultura occidentale. Erano nati nel cuore della terra di Goethe, di Kant, di Beethoven. Da allora nessun ebreo, sosteneva, avrebbe più potuto affidare la propria sicurezza alle promesse degli altri.
Per questo vedeva Israele come una necessità storica. Non un premio, non una compensazione, neppure una redenzione, ma una vera e propria necessità. Dopo Auschwitz gli ebrei dovevano poter disporre di un luogo dove fossero finalmente responsabili del proprio destino, anche pagando il prezzo, spesso doloroso, che ogni sovranità comporta.
Era un ragionamento che scontentava tutti. Gli antisionisti vi leggevano una difesa troppo netta di Israele. I sostenitori più acritici dello Stato ebraico trovavano eccessive le sue domande morali. Steiner, semplicemente, non scriveva per confermare le convinzioni di qualcuno ma per mettere in crisi le certezze.
La sua critica nasceva sempre dall’interno di una storia che sentiva propria. Diceva che il popolo ebraico, proprio per la sua tradizione etica e per la memoria della persecuzione, aveva il dovere di esercitare verso sé stesso un livello di autocritica superiore alla media. Era un’esigenza morale, non una concessione ai nemici di Israele.
In anni in cui molti intellettuali occidentali hanno scoperto una curiosa indulgenza verso chi vuole cancellare Israele dalla carta geografica, Steiner ricorda che la vera indipendenza consiste nel non accettare ricatti ideologici. Difendere il diritto all’esistenza dello Stato ebraico non impedisce di discuterne le scelte politiche. Al contrario, è proprio perché quello Stato deve continuare a esistere che vale la pena pretendere da esso il massimo.
George Steiner appartiene a quella rara categoria di pensatori che non hanno mai portato il guinzaglio di una fazione. Sapeva che la libertà intellettuale ha un prezzo: restare spesso soli. Ma è anche l’unico modo per continuare a pensare, invece di limitarsi ad applaudire chi ci assomiglia.
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