Home > In evidenza > INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Havel, ovvero il mestiere di vivere nella verità

INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Havel, ovvero il mestiere di vivere nella verità

Václav Havel è stato un intellettuale che ha osato sfidare la menzogna

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
INTELLETTUALI SENZA COLLARE. Havel, ovvero il mestiere di vivere nella verità

Ci sono intellettuali che spiegano il mondo. E poi ce ne sono altri che, semplicemente, decidono di non mentire. Václav Havel apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. Drammaturgo, scrittore, saggista, dissidente, prigioniero politico e infine presidente della Cecoslovacchia e della Repubblica Ceca, Havel non cercò mai di costruire un sistema filosofico. Cercò qualcosa di molto più difficile: vivere nella verità.

È l’idea che attraversa tutta la sua opera e che ancora oggi conserva una forza quasi scandalosa. Perché la verità, spiegava Havel, non è un concetto astratto ma una scelta quotidiana che comincia nel momento in cui un uomo rifiuta di ripetere una bugia che tutti considerano obbligatoria.

Nel suo saggio più famoso, ‘Il potere dei senza potere’, racconta la storia di un fruttivendolo che espone in vetrina lo slogan ufficiale del regime: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Non ci crede né gli interessa. Lo espone soltanto perché tutti fanno così e perché sa che, se non lo facesse, avrebbe dei problemi. Quel cartello è una piccola menzogna. Apparentemente insignificante. Eppure è il mattone con cui si costruisce un’intera dittatura.

Il totalitarismo, scrive Havel, non sopravvive soltanto grazie alla polizia, ai tribunali o alle prigioni. Sopravvive perché milioni di persone imparano a collaborare con la menzogna, spesso senza accorgersene. La ripetono, la normalizzano, la rendono l’aria che tutti respirano. La rivoluzione, allora, non comincia nelle piazze. Comincia quando qualcuno toglie quel cartello dalla vetrina.

Havel sapeva di cosa parlava. Dopo la repressione della Primavera di Praga, le sue opere vennero proibite, lui fu tenuto sotto stretta sorveglianza, licenziato, costretto ai lavori manuali e incarcerato più volte. Avrebbe potuto scegliere il silenzio. Avrebbe potuto adattarsi, e tutto per lui sarebbe stato infinitamente più semplice. Scelse invece la libertà interiore.

Fu tra gli animatori di Charta 77, il documento con cui un gruppo di intellettuali chiedeva al regime comunista una pretesa quasi modesta: rispettare i diritti umani che esso stesso aveva sottoscritto negli accordi internazionali. Era una richiesta devastante proprio perché metteva il potere davanti alle proprie contraddizioni.

Per Havel il dissidente non era un eroe romantico ma semmai una persona normale che aveva smesso di recitare una parte. Quando nel 1989 il comunismo crollò e la Rivoluzione di velluto lo portò al Castello di Praga, Havel non smise di essere un intellettuale. Anzi, dimostrò che un intellettuale può governare senza rinunciare alla propria coscienza. Non era un professionista della politica e forse proprio per questo diffidava del linguaggio della politica quando diventava propaganda, slogan, manipolazione. Aveva conosciuto troppo bene il potere delle parole deformate e per questo insisteva sulla responsabilità individuale. Nessun sistema è così oppressivo da cancellare completamente la libertà morale dell’uomo perché rimane sempre uno spazio, piccolo ma decisivo, nel quale ciascuno sceglie se collaborare con la menzogna oppure no. Lezione che oggi appare perfino più attuale di quarant’anni fa.

Viviamo immersi in un rumore continuo fatto di slogan, conformismi, campagne mediatiche, indignazioni prefabbricate. La pressione a dire ciò che il proprio gruppo si aspetta è fortissima. Cambiano gli strumenti, cambiano i regimi, ma la tentazione resta la stessa: adeguarsi per evitare il prezzo dell’indipendenza.Havel ci ricorda che la libertà non è garantita dalle istituzioni, né dalle costituzioni, né dalla tecnologia. Dipende dalla disponibilità delle persone a pagare il costo della verità.È un messaggio che riguarda chiunque rifiuti di piegare i fatti all’ideologia, chi continui a difendere Israele quando diventa impopolare, chi non accetti che l’antisemitismo venga travestito da linguaggio dei diritti umani, chi scelga di restare fedele alla realtà anche quando questo significa restare in minoranza.

Vivere nella verità non assicura il successo né promette applausi e spesso porta all’isolamento, perfino alla prigione.Ma Havel ci ha lasciato una certezza preziosa: una società costruita sulla menzogna appare invincibile fino al giorno in cui abbastanza persone decidono di smettere di mentire.Ed è allora che la storia ricomincia a muoversi.


Raymond Aron, l’uomo che non si mise in ginocchio